Politica europea di asilo: I rifugiati potrebbero dover collaborare alla loro espulsione

21 novembre 2018 – euobserver.com (Bruxelles)

Alle persone a cui è stato negato il diritto d’asilo in Europa può essere chiesto di recuperare i propri documenti presso le ambasciate durante il ricorso in appello, mettendo a rischio loro stessi e le loro famiglie.

Alle persone a cui è stato negato il diritto d’asilo in Europa può essere chiesto di recuperare i propri documenti di viaggio presso le ambasciate durante il ricorso in appello, mettendo a rischio loro stessi e le loro famiglie.La proposta scaturisce da una revisione, annunciata in settembre dalla Commissione europea, della direttiva europea sui rimpatri, nell’ambito di una strategia più ampia per risolvere la questione dei richiedenti asilo respinti.Il Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha affermato che devono aumentare i rimpatri che vanno a buon fine, considerando che buona parte delle persone a cui viene negato il diritto in realtà resta sul territorio europeo.

Molte di queste persone non possono tornare al paese di origine perché questo non ne riconosce i diritti civili. Un vertice dei capi di stato e di governo dell’Ue che si è tenuto in ottobre ha stabilito che utilizzerà gli aiuti allo sviluppo e i visti come un mezzo per imporre ai paesi d’origine di accettare più rimpatri.

Tra le modifiche proposte troviamo l'accelerazione del processo decisionale, il collocamento di un maggior numero di persone nei centri di detenzione e l'obbligo per i richiedenti asilo respinti di ottenere i propri documenti di identità e i documenti di viaggio.Queste decisioni hanno messo in allarme i difensori dei diritti umani e, in particolare, dell’eurodeputata Verde olandese Judith Sargentini relatrice del caso: ”Nel diritto penale al sospettato non viene chiesto di cooperare quando questo potrebbe metterlo a rischio”, ha detto a EUobserver il 5 novembre scorso.

”Qui invece viene chiesto a un richiedente asilo di cooperare a un livello tale che potrebbe effettivamente correre questo rischio. Come possiamo discuterne?”Della stessa opinione anche Claire Rimmer Quaid del Consiglio europeo per i rifugiati e gli esiliati (Ecre), organismo con sede a Bruxelles. Rimmer Quaid sottolinea come l’ultima proposta della Commissione preveda la cooperazione da parte delle persone a cui è stato negato l’asilo, con l’obbligo di presentare una richiesta per i documenti di viaggio presso l’autorità competente.

“Si potrebbe creare una situazione per la quale un individuo si appella contro il rifiuto della sua richiesta d’asilo e, allo stesso tempo, a una decisione di rimpatrio”, ha spiegato.Un portavoce della Commissione ha invece precisato che non sussistono contraddizioni o tensioni tra il diritto a ricorrere in appello e l’obbligo a collaborare: una persona è tenuta a fornire informazioni reali e affidabili ai fini dell’identificazione e a verificare le circostanze specifiche del caso.

Quasi due anni nei centri di detenzione?Dato che le ultime riforme hanno l’obiettivo di velocizzare l’intero processo di richiesta di asilo, è probabile che un maggior numero di persone ricorrerà in appello.Uno studio dell’Ufficio europeo di sostegno per l'asilo (Easo) ha evidenziato che il 90 per cento delle richieste gestite in modo affrettato si sono concluse con una decisione negativa.Dunque, per impedire alle persone di scomparire dopo il rifiuto della loro domanda, la Commissione propone misure che puntano a garantire la loro detenzione, anche fino a due anni.

”È possibile porre in stato di detenzione una persona fino a sei mesi, ma questo termine può essere prolungato fino a 18 mesi e si aggiungono i quattro mesi al confine”, spiega Quaid.Sargentini rincara affermando che i criteri della Commissione per la detenzione sono troppo ampi perché includono  chiunque entri nel territorio senza documenti appropriati o senza denaro: “Il documento della Commissione è pieno di proposte che rendono chiunque presenti una domanda d’asilo vulnerabile alla deportazione”.Elezioni europee a maggioLa Commissione vuole raggiungere un accordo sulla direttiva rimpatri prima delle elezioni europee del prossimo maggio.

Ma questa prospettiva risulta improbabile:l’Unione ha tentato negli ultimi due anni di riformare il sistema di asilo a livello comunitario, ma ha fallito. La riforma della direttiva rimpatri è legata alle riforme a livello comunitario, e ciò significa che non sarà implementata fino a quando tutte le altre questioni non saranno risolte.Judith Sargentini ha aggiunto che non spingerà per un’approvazione del testo a breve; inoltre  potrebbe avviare una cosiddetta “verifica dell’impatto” per capire se le riforme sono necessarie da subito.

Secondo l’eurodeputata olandese uno dei maggiori problemi è che gli stati membri dichiarano che non stanno applicando le regole sui rimpatri attualmente in vigore, mentre altri rifiutano di investire in programmi di rimpatrio: “Non voglio affrettare l’approvazione di una legislazione che dia agli stati membri l’idea che possano incarcerare le persone senza sapere effettivamente se possono realmente rimpatriarli”. L’eurodeputata ha incontrato la Commissione europea negli ultimi giorni, mentre la riforma doveva essere discussa dall’Ue a livello di esperti il 9 novembre.

Traduzione di Andrea Torsello

Questo articolo è pubblicato in collaborazione con The European Data Journalism Network.

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