Crisi greca: Atene è salva, ma la ripresa dovrà aspettare

23 agosto 2018 – euobserver.com (Bruxelles)

Il 20 agosto la Grecia è ufficialmente uscita dal piano triennale di salvataggio dell’Unione europea che il paese accettò quando era sull’orlo della bancarotta e a un passo dall’essere cacciato dall’eurozona. La fine del programma di aiuti internazionali segna la conclusione di otto anni di crisi finanziaria e di austerità: questo non significa, però, che la Grecia conoscerà una rapida ripresa.



Il 20 agosto, la Grecia è ufficialmente uscita dal piano triennale di salvataggio (bailout) dell’Ue , che accettò quando era sull’orlo della bancarotta e a un passo dall’essere cacciata dall’eurozona. A giugno è stata decisa la fine del programma, assieme a 24,1 miliardi di euro di liquidità e a condizioni legate all’abbattimento del debito.

Anche se la fine del programma di aiuti internazionali segna la conclusione di otto anni di crisi finanziaria e di austerità, non significa che la Grecia conoscerà una rapida ripresa.

 L’economia greca sta ancora affrontando grandi sfide, come dimostrano i dati statistici e le differenze di opinioni tra i creditori del paese mediterraneo.

Complessivamente dal maggio 2010 l’Ue e il Fondo monetario internazionale (Fmi) hanno prestato alla Grecia 288,7 miliardi di euro nell'ambito di tre distinti programmi, tra cui 256,6 miliardi di euro provenienti dai paesi europei. In occasione del primo bailout la Grecia ha ricevuto 73 miliardi di euro attraverso il Greek Loan Facility (Glf), una struttura ad hoc finanziata dai paesi dell’eurozona e dall’Fmi.

Con il secondo programma, approvato nel marzo 2012, l’Ue e il Fondo monetario internazionale hanno fornito altri 153,8 miliardi di euro. In questo contesto, l’Ue stanziò il denaro tramite il Fondo europeo di stabilità finanziaria (European Financial Stability Facility, Efsf), una rete di protezione creata in emergenza nel giugno 2010. Dopo sei mesi di tensioni tra i creditori della Grecia e il governo di Alexis Tsipras, arrivato al potere nel gennaio del 2015 assieme al suo ministro delle finanze Yanis Varoufakis, è stato avviato nel luglio dello stesso anno un terzo piano di salvataggio.

Benché fossero previsti 86 miliardi, il terzo programma si è concluso lunedì 20 agosto con un’erogazione di 61,9 miliardi di euro, avvenuta attraverso il Meccanismo europeo di stabilità (Esm), un fondo permanente di emergenza creato dall’eurozona nell’ottobre 2012.

 L’ultimo stanziamento, corrispondente a 15 miliardi, era stato avviato il 6 agosto. Il Fondo monetario internazionale ha partecipato all’ultimo piano di salvataggio solo come istituzione di supporto, senza prestare denaro.

Nell'ambito del terzo piano di salvataggio, Fmi, creditori istituzionali europei – la Commissione europea, la Banca centrale europea e il Meccanismo europeo di stabilità – e i ministri delle finanze dell’eurozona hanno concordato una serie di misure per l’abbassamento del debito.

 L’obiettivo non era ridurre di per sé la dimensione del debito, quanto piuttosto diminuire il suo peso sulle finanze nazionali. Una riduzione era infatti già avvenuta nel 2012, quando i creditori privati avevano perso più di 100 miliardi di euro a causa di un taglio del debito (il cosiddetto “haircut”). Quella decisione scoraggiò gli investitori ad offrire maggiore liquidità alla Grecia o ad economie altrettanto fragili dell’eurozona.

Nel 2017 e lo scorso giugno, i creditori di Atene hanno approvato misure che includevano meccanismi per limitare la variazione dei tassi d’interesse, l’estensione delle scadenze (ovvero il lasso di tempo in cui è possibile ripagare i prestiti) e l’acquisto di prestiti precedenti da parte dell’Esm.


“Possiamo tranquillamente affermare che il debito greco è ormai sostenibile”, ha dichiarato il presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno dopo il vertice del 21 giugno che ha approvato tutte le misure per il periodo successivo rispetto ai programmi di salvataggio. Nel breve periodo, l’Fmi e la Commissione europea concordano su un effetto positivo delle misure di alleggerimento del debito. Entrambi infatti prevedono che il debito greco scenderà al 188 per cento del Pil quest’anno e raggiungerà il 169 per cento nel 2020. L’Fmi sostiene che il debito scenderà al 151,3 per cento nel 2023, mentre la Commissione si attende che continuerà a scendere fino a toccare il 136 per cento nel 2030, o il 149 per cento nel caso di uno “scenario avverso”.

Ma le due istituzioni hanno pareri differenti riguardo alla sostenibilità del debito di Atene: secondo la Commissione, il debito potrà calare poco al di sotto del 128 per cento in rapporto al Pil nel 2040, 125 per cento nel 2050 per poi risalire a 127 per cento nel 2060. 

Il mese scorso, l’Fmi ha messo in guardia sul fatto che “senza ulteriori alleggerimenti del debito, potrebbe essere difficile l’accesso ai mercati sul lungo termine”.

L’Fmi non ha fornito previsioni sul lungo periodo, ma ha dichiarato che il rapporto debito-Pil “potrebbe intraprendere un aumento ininterrotto a partire all’incirca dal 2038”. L’avvertimento ha provocato una ferma reazione da parte della Commissione, che ha affermato che “l’Fmi si conferma pessimista nelle sue previsioni, che già in passato hanno dovuto essere corrette al rialzo, anche nel caso della Grecia”.

“Noi come europei finanziamo il programma e la nostra conclusione è che le misure di alleggerimento del debito sono sufficienti”, ha insistito Bruxelles. In ogni caso, i creditori hanno concordato in giugno di riesaminare il debito greco nel 2032, per vedere “se saranno necessari ulteriori interventi sul debito”.

L’avanzo primario di bilancio costituisce uno dei principali punti di disaccordo tra Fmi e Ue, ma è anche uno dei più importanti indicatori per capire come cambieranno le politiche economiche e sociali in Grecia.
 L’avanzo primario è il saldo di bilancio positivo di un paese prima che lo stato abbia pagato gli interessi sul proprio debito: fornisce insomma allo stato il margine per ripagare il proprio debito senza dover tagliare la spesa o prendere altro denaro in prestito.

Ma raggiungere un elevato avanzo primario richiede grossi sforzi. All’interno del programma di salvataggio, la Grecia si è impegnata a ottenere un avanzo primario pari al 3,5 per cento sul Pil entro il 2022. In seguito la Grecia dovrà mantenere l'avanzo primario al 2,2 per cento “in media per il periodo 2023-2060”, al fine di mantenere la stabilità del proprio debito.


Secondo un rapporto della Commissione pubblicato in giugno , l’avanzo primario dovrebbe superare il 4 per cento nel 2022. Ma l’Fmi afferma che “raggiungere un alto livello di avanzo primario ha un costo in termini di crescita, dato che si ottiene anche attraverso una tassazione elevata, ridotti investimenti e limitata spesa sociale”, e insiste sul fatto che “sostenere obiettivi elevati di avanzo primario in ambito fiscale comporta significativi rischi politici e giuridici”.

Secondo i termini del piano di salvataggio, i calcoli dell’avanzo greco escludono specifiche tipologie di entrate e spese, come ad esempio le spese relative alla gestione dell’immigrazione, le spese nette una tantum a supporto del settore bancario, i proventi delle vendite immobiliari e le entrate derivanti da titoli di stato greci detenuti da banche centrali dell’area euro che rientrano in Grecia.

Ma, rispetto agli altri paesi Ue, gli obiettivi fissati per la Grecia rimangono piuttosto alti. Ad esempio, per i 19 paesi dell’Eurozona, l’avanzo medio è stimato all'1,2 per cento sul Pil nel 2018 e all'1,1 per cento per il 2019.

“L’avanzo previsto, se me lo chiedete in veste di economista, è troppo alto”, ha ammesso in luglio Euclid Tsakalotos , il ministro delle finanze greco. Ha tuttavia aggiunto che “si tratta di una questione empirica”, poiché solo il passare del tempo fornirà la risposta. “Il governo greco monitorerà il dato, come anche gli altri ministri delle finanze, per verificare se l’Fmi ha ragione riguardo al problema di sostenibilità”, ha chiosato il ministro delle finanze di Atene.

Lo scorso luglio il commissario europeo per le finanze Pierre Moscovici ad Atene aveva dichiarato che “l'importante è accompagnare la Grecia in un cammino virtuoso”. Per l’Ue, infatti, l'avviamento della Grecia su un percorso di crescita sostenibile è cruciale al fine di evitare una nuova crisi e un altro piano di sostegno dal valore di diversi miliardi di euro.


Una strategia per la crescita

La fine del piano di salvataggio richiede al governo greco, tra le altre cose, di presentare una strategia per la crescita. Il piano predisposto punta sulla valorizzazione dei vantaggi comparativi dell'economia nazionale (settori agricolo e alimentare, manifatturiero, turistico ed energetico), a cui si dovrebbe affiancare la promozione di investimenti stranieri in settori come le infrastrutture e la ricerca.

“Abbiamo in cantiere serie politiche di governo, focalizzate sulla crescita sostenibile e molto attente alla nostra strategia per la crescita”, ha dichiarato Tsakalotos in un’intervista. “Penso che ci siano tutte le condizioni per raggiungere la sostenibilità”.

Il piano è stato rafforzato in giugno, dopo che i ministri delle finanze dell'eurozona avevano considerato le precedenti versioni come “non sufficientemente specifiche”. In un rapporto pubblicato in luglio, l'Fmi continua tuttavia a sostenere che “saranno necessari più dettagli per sviluppare il potenziale [della strategia per la crescita] verso l’individuazione di un percorso che conseguire una maggior crescita sostenibile”. L'Fmi ha inoltre evidenziato che il piano prevede di fatto di annullare alcune recenti riforme sul lavoro. “Questo ridurrà la flessibilità del mercato del lavoro, con il rischio di squilibrare il rapporto tra produttività e salari e, di conseguenza, mettere a rischio posti di lavoro”, ha dichiarato il Fondo Monetario Internazionale.

L’Fmi ha anche messo in luce che “non è chiaro quanto l'obiettivo fondamentale di aumentare l’occupazione giovanile sia coerente con la richiesta di aumentare il salario minimo, laddove la disoccupazione è ancora molto alta”. Inoltre, il Fondo lamenta che “non sono stati forniti dettagli, oltre a un impegno sulla lotta all’evasione fiscale, su come si pensa di passare a un insieme di politiche indirizzate alla crescita rispettando gli obiettivi di saldo primario”.

Di conseguenza, le previsioni di crescita tra l’Ue e l’Fmi sono discordi. Il Fondo si aspetta una crescita del Pil più forte nel breve periodo ma prevede una diminuzione dopo il 2020, quando dovrebbe attestarsi all’1,2 per cento nel 2023, mentre la Commissione europea prevede una crescita duratura ma destinata ad attenuarsi, con un aumento dell'1,8 per cento per il 2022.

Sorveglianza rafforzata

Con la fine dei piani di salvataggio l’Ue ha anche insistito sul fatto che i governi di Atene, quello attuale e quelli futuri, dovranno attenersi ai loro obiettivi. “Non ci saranno cambi di direzione, se non discussi all’interno dell’Eurogruppo”, ha avvertito un funzionario dell’Unione.

Per assicurarsi l'impegno della Grecia, l’Ue ha inserito il paese all’interno di un meccanismo specifico, chiamato Quadro di sorveglianza rafforzato (Enhanced Surveillance Framework). Le missioni Ue ad Atene presenteranno rapporti semestrali sull'operato del governo in aree come le riforme strutturali e fiscali, la stabilità finanziaria, i mercati del lavoro e dei prodotti, le privatizzazioni e la pubblica amministrazione. Questo monitoraggio è previsto fino al 2022, o anche più a lungo se necessario.

“La sorveglianza rafforzata è pensata per aiutare la Grecia a ricostituirsi una credibilità di fronte ai mercati, agli investitori e alle società: tutti chiedono stabilità e capacità di programmazione”, ha affermato il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis quando è stato presentato il meccanismo.


Dopo otto anni, la Grecia è insomma fuori dalla gestione della crisi, ma è ben lungi dall'averla superata. D’altronde, come conclude Moscovici, “la ripresa della Grecia non è un evento, bensì un processo”.


Traduzione di Andrea Torsello

Questo articolo è pubblicato in collaborazione con The European Data Journalism Network.

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