Croazia: Le birre artigianali, antidoto contro l’emigrazione dei giovani

8 luglio 2018 – Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa (Trento)

C'è chi se ne va e non vuole più tornare, c'è chi invece nonostante il paese non sia ancora pienamente preparato, sfrutta i fondi UE per creare nuove imprese artigianali, come la produzione di birre artigianali.

Restare in Croazia ed aprire una birreria grazie ai fondi europei. Il fenomeno delle birre artigianali — sempre più popolare nella giovane repubblica ex-jugoslava — pare sfidare due grandi verità della Croazia contemporanea: il flagello dell’emigrazione giovanile e l’incapacità del paese ad assorbire i fondi europei a sua disposizione. Le storie delle varie “Barba”, “Bura”, “Plavuša”, “Nova Runda”, “Varionica”, “Zmajsko” e delle altre craft beers spuntate di recente dall’altro lato dell’Adriatico parlano infatti di giovani croati che hanno deciso di rimanere (o di rientrare) nel proprio paese e di portare avanti le proprie passioni spesso proprio con l’aiuto dei finanziamenti comunitari.

Queste avventure imprenditoriali hanno tra di loro molti aspetti in comune e, sebbene rimangano un’eccezione nell’economia croata, rappresentano un buon punto di partenza per affrontare questi due grandi problemi che caratterizzano la Croazia dal suo ingresso nell’Ue nel 2013: l’emigrazione e l’uso (mancato) dei fondi europei.

Una birra per restare

Nel dialetto della Dalmazia, “barba” è un appellativo che significa “zio” o “vecchio” e indica anche il capitano di una nave. Dal 2015 è anche il nome di una popolare birra artigianale di Spalato, fondata da Siniša Andjelić in collaborazione con suo zio. Siniša, oggi 33enne, ha assaggiato all’estero la sua prima “homebrewed”, o birra fatta in casa. Nel 2013, quando viveva in Norvegia, un amico gli ha mostrato il proprio laboratorio artigianale. “Produceva la birra direttamente in camera sua, al punto che la sua ragazza gli aveva chiesto di scegliere: o me, o la birra! E si sono lasciati…”, ricorda Siniša divertito.

Tornato in Croazia, si è messo a “studiare homebrewing” e ha iniziato a fare i primi esperimenti. “Mio zio era al mio fianco fin dai primi fallimenti”, racconta lo spalatino. Nel 2015, l’avventura ha subito un’accelerazione: il marchio “Barba” è stato registrato, la produzione è iniziata di lì a poco e nella primavera del 2016 le prime bottiglie sono state vendute. Oggi, Barba produce poco meno di 100.000 litri l’anno e dà lavoro a cinque persone, anche se per Siniša Andjelić rimane “un hobby” più che un impiego a tempo pieno.

“Per quasi un secolo in Croazia, il dibattito era tra ‘mi piace Ožujsko’ o ‘preferisco Karlovačko’. Oggi spunta una nuova birra artigianale ogni settimana!”, scherza Siniša. Il settore è in effetti molto dinamico. Nello stesso periodo in cui a Spalato le prime bottiglie di “Barba” arrivavano sugli scaffali, qualche centinaio di chilometri più a nord, a Parenzo, l’etichetta “Bura” faceva la sua comparsa. Ideata da Alessandro Zecchinati, Claudio Rossi e Veronika Beckers, due italiani e una ragazza tedesco-istriana, “Bura brew” è stata fondata nel 2015.

Ispirata al celebre vento adriatico, la birra di Parenzo nasconde anch’essa la storia di un ritorno dall’estero. Conosciutisi a Dublino, Alessandro e Veronika (oggi marito e moglie) hanno infatti deciso di lasciare i propri impieghi nell’IT e di aprire un birrificio in Istria, dove fino ad allora erano soliti passare le vacanze estive. In pochi anni, la produzione è arrivata 50mila litri l’anno conquistando oltre 120 bar, negozi e ristoranti in Croazia, Italia, Svizzera e Austria. “La gente è stufa di bere delle birre industriali fatte davvero male”, dice Alessandro, spiegando il successo di Bura.

Il flagello dell’emigrazione

Barba e Bura sono però due storie controcorrente. Migliaia di croati, soprattutto giovani, fanno infatti il viaggio inverso, scegliendo l’estero una volta per tutte. Un recente rapporto dell'European Social Policy Network (ESPN Flash Report 2017/50 ) ricorda che “anche se le conferme statistiche sono limitate, diverse tracce suggeriscono che la Croazia attraversa una nuova ondata di emigrazione sin dal suo ingresso nell’Unione europea il 1° luglio 2013”. Difficile da quantificare con precisione, l’emigrazione finisce regolarmente sui giornali croati.

Il rapporto dell’ESPN nota che se da un lato l’Ufficio statistico croato (CBS) parla di 29mila cittadini emigrati nel 2015 e oltre 36mila nel 2016, dall’altro le autorità di Germania e Irlanda – due delle mete preferite dai croati – registrano numeri ancora più alti. Berlino segnala ad esempio tra il 2014 e il 2015 un aumento di 34mila nuovi residenti di nazionalità croata, mentre Dublino vede i croati crescere da circa mille nel 2009 a più di 5mila nel 2016 (per il CBS nessun croato è partito in Irlanda nel 2015).

Insomma, le cifre sono discordanti, ma l’allarme, a Zagabria, è già suonato da un pezzo. Il governo Plenković ha aumentato il budget del ministero degli Affari sociali, ribattezzato “ministero della Demografia, della Famiglia, della Gioventù e delle Politiche sociali”, mentre di recente il quotidiano Jutarnji List ha svelato che, secondo alcune nuove stime statistiche, la Croazia conterebbe oggi meno di 4 milioni di abitanti, contro i 4,28 milioni presenti all’ultimo censimento nel 2011. L’ingresso nell’Ue, con il conseguente accesso alla libera circolazione interna, ha esacerbato il fenomeno.

A motivare le partenze, c’è non soltanto la disoccupazione giovanile, la cui media annuale si attesta al 27 per cento (ma è più alta nei mesi invernali e lontano dalla costa), ma anche il livello dei salari, relativamente bassi se comparati al resto dell’Ue (lo stipendio medio in Croazia oscilla attorno ai 750 euro al mese), e una meno tangibile “mancanza di prospettive”.

Nei sondaggi condotti tra i giovani intenzionati a partire, l’aspetto politico è infatti menzionato regolarmente, così come la volontà di vivere in un paese “che funzioni” e in cui l’educazione è valorizzata.

Un giro offerto dall’Ue

Restare in Croazia e aprire il proprio business è un’avventura non da poco. Davor Simičić e Matija Mrazek, i creatori della birra “Varionica”, si ricordano bene le difficoltà dei primi anni. Originari di Spalato e Zagabria, hanno registrato il loro marchio nel 2014, “dopo un anno di pianificazione e lotta con la burocrazia”. Anche dopo il lancio, “i primi due anni sono stati duri”, ricorda Davor Simičić. “Metà della produzione copriva appena i costi”, in particolare quelli connessi al birrificio preso in affitto. Ma l’arrivo dei fondi europei fa sperare in un futuro in discesa.

Sei mesi fa, Varionica ha ricevuto l’ok da Bruxelles per un finanziamento da 4,8 milioni di kune (circa 650mila euro) per la costruzione di un nuovo stabilimento, con una capacità di oltre tre volte superiore. Già oggi, l’impresa produce 120.000 litri di birra l’anno: “Abbiamo difficoltà a soddisfare la domanda”, assicura Davor. Con i suoi quattro impiegati attuali, Varionica si prepara ad assumerne altri sei entro la fine del 2018.

Come Davor Simičić e Matija Mrazek, anche Miroslav Šuvak ha intenzione di fare appello ai fondi europei per costruire un nuovo birrificio. Assieme ad altre sei persone, Miroslav è all’origine della “Nova runda”, una delle birre artigianali più popolari nei bar croati. Con una produzione che non prevede né lattine né bottiglie, “questa birra non filtrata e non pastorizzata si può trovare solo al bancone”. Una scelta che potrebbe sembrare radicale, ma che in realtà ha pagato nel corso degli anni. Nata nel 2013, Nova Runda produce ben 161.000 litri l’anno.

Essendo stato tra i primi ad aprire un birrificio artigianale e definendosi “un ambasciatore delle birre artigianali” (poiché passa la maggior parte del proprio tempo a “educare baristi, camerieri e proprietari di locali”), Miroslav Šuvak potrebbe aprire la strada ai suoi colleghi anche per quanto riguarda l’uso dei fondi europei. Nel paese, mancano infatti progetti sufficienti ad assorbire il totale dei finanziamenti a disposizione.

Fondi europei ancora inutilizzati

Nel marzo scorso, la ministra croata per i Fondi europei Gabrijela Žalac ha dichiarato che il suo paese ha assorbito solo il 39 per cento dei 10,7 miliardi di euro a disposizione per il periodo 2014–2020. “L’obiettivo è di stipulare dei contratti per il 60% dei finanziamenti a disposizione entro la fine dell’anno”, ha promesso Žalac (e al 90% entro il 2020). La cattiva ricezione dei fondi europei è un punto su cui è intervenuto di recente anche il governatore della Banca centrale croata, Boris Vujčić, commentando l’impatto positivo dell’ingresso della Croazia nell’Ue cinque anni fa (esportazioni cresciute di oltre il 40 per cento).

Lo stesso Primo ministro Andrej Plenković, nel presentare il neo ministro dell’Economia Darko Horvat a fine maggio, ha auspicato che il nuovo titolare del dicastero contribuisca ad un “miglior assorbimento dei fondi europei”, come auspicato di recente anche dalla Banca centrale europea. Questo ritardo nell’utilizzo dei fondi ha le sue radici sia nel fatto che i fondi di pre-adesione e quelli della programmazione precedente non erano stati completamente esauriti entro i termini previsti, sia che si sta costruendo soltanto lentamente il know-how necessario a partecipare ai bandi comunitari.

Come nel caso dell’emigrazione giovanile, anche in questo contesto l’esperienza dei giovani mastri birrai va controcorrente. Fare richiesta di finanziamento a Bruxelles resta un percorso complicato (“due anni di lavoro”, assicura Davor Simičić di Varionica) ma non impossibile. E una volta ottenuti, i fondi europei aprono a nuove opportunità.

A cinque anni di distanza dall’ingresso della Croazia nell’Ue, non resta dunque che brindare all’anniversario del primo lustro con una birra artigianale croata e sperare che l’esempio di questo piccolo settore in crescita trascini con sé il resto del paese. Živjeli!

Questo articolo è pubblicato in collaborazione con il Parlamento europeo.

Questo articolo è stato realizzato nell'ambito del progetto Il parlamento dei diritti, cofinanziato dall'Unione europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa e VoxEurop e non riflette in alcun modo l'opinione dell'Unione europea.

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