Probabilmente in nessun posto è più evidente questa tensione tra democrazia e legge come lo è al giorno d’oggi in Italia. Il governo di Roma, e in particolare i populisti del Movimento 5 Stelle (M5s), è stato eletto sulla base di promesse fortemente radicali in ambito economico: garantire più sicurezza occupazionale e un reddito universale di base a tutti gli italiani. Attuare anche solo parzialmente i suoi piani violerebbe le regole comunitarie che limitano il deficit di bilancio, regole che anche l’Italia ha approvato.

Questo conduce a un circolo vizioso che pone la Commissione europea in una posizione scomoda: da una parte, l’Ue deve mostrare che le regole vengono applicate, per evitare di renderle prive di significato dall’altra; agli occhi degli italiani, Bruxelles non ha probabilità di ottenere una vittoria politica a seguito di una dura battaglia con Roma.

I commissari hanno cercato di motivare la bocciatura della legge di bilancio italiana con linguaggio pacato. I populisti hanno entusiasticamente denunciato “l’interferenza” di Bruxelles negli affari italiani (un europarlamentare nazionalista italiano ha addirittura calpestato le note del commissario europeo al bilancio), e hanno parzialmente ragione di farlo: queste azioni hanno un forte impatto su molti elettori italiani e il governo di Roma sente di avere un mandato democratico per ciò che fa.

Il M5s, un’organizzazione ideologicamente vaga, vuole accontentare i propri votanti. Una massiccia disoccupazione e un mondo del lavoro precario colpiscono l’Italia meridionale e i giovani in tutto il paese. Come mette in luce il rapporto Sustainable Governance Indicators (SGI) della fondazione Bertelsmann, l’economia italiana è caratterizzata da “una polarizzazione tra settori protetti e settori profondamente precari e privi di protezione. Mentre i lavoratori più anziani nel pubblico impiego e nelle grandi aziende del settore privato godono di protezione sufficiente, se non talvolta eccessiva, i giovani e in generale coloro che lavorano per piccole aziende private sono molto meno protetti”.

Il M5s cerca di cambiare la situazione introducendo nuove regole sul lavoro, ma gli economisti in generale ritengono che potrebbero rivelarsi controproducenti. Il cosiddetto Decreto Dignità, voluto dal M5s e mirato a proteggere il lavoro, renderà effettivamente più difficile l’attivazione di contratti di breve durata, con un probabile conseguente incremento del costo del lavoro e una ridotta creazione di posti di lavoro.

Tutti questi elementi suggeriscono che l’economia italiana continuerà a essere stagnante, come negli ultimi 15 anni. Il paese mediterraneo ha fatto progressi coi precedenti governi, secondo l’indicatore SGI per le politiche economiche, salendo dal basso punteggio del 2014 (4,7) al 5,7 totalizzato nel 2018, che rientra nella media. Ma queste incerte conquiste possono ora essere ribaltate.

Il crescente sostegno per Salvini

L’alleato di governo del M5s, i nazionalisti della Lega di Matteo Salvini, ha raccolto ancor più consensi da quando è arrivato il potere. Non solo ha usato il pugno di ferro sull’immigrazione, ma Salvini si è anche rumorosamente opposto alle regole di bilancio imposte da Bruxelles. Il consenso per la Lega ha superato il 36 per cento, più del doppio rispetto ai voti ottenuti nelle elezioni di marzo 2018, mentre il tasso di approvazione personale di Salvini ha raggiunto il 60 per cento. Questo incredibile aumento mostra come Bruxelles abbia scarse possibilità di vincere in caso di scontro frontale con Roma: se cade il governo Ms5-Lega, nuove elezioni potrebbero portare a un governo ancora più nazionalista, guidato da un Salvini ben più potente.

Nel frattempo, i populisti possono anche incolpare l’Ue della sua grave incoerenza nell’applicare queste regole: nel 2003, infatti, Francia e Germania violarono palesemente l’allora nuovissima regola dell’eurozona riguardante il deficit, senza incappare in alcuna sanzione.

Nonostante la tensione tra Bruxelles e Roma, la verità è che l’attuale situazione può in realtà rivelarsi sostenibile, almeno per qualche anno. Mentre gli interessi sul debito italiano costano in media agli italiani la bellezza di 1000 euro ogni anno, le previsioni economiche della Commissione mostrano che un aumento del deficit non inciderebbe significativamente sul rapporto debito-Pil del paese. Si prevede che l’Italia superi l’1,2 per cento di crescita annua nei prossimi due anni e che la disoccupazione scenda, finalmente, al di sotto del 10 per cento.

Troppo grande per fallire

Inoltre, nessuno ha interesse a provocare uno scontro finale che potrebbe portare l’Italia prima a essere allontanata dai mercati finanziari internazionali e poi al fallimento, come successo alla Grecia, il che condurrebbe con tutta probabilità a un nuovo periodo di recessione nell’eurozona. È vero che l’esposizione delle banche straniere sul debito italiano si è dimezzata negli ultimi anni, con una massiccia riduzione degli investimenti transfrontalieri: al momento, le banche tedesche possiedono circa 100 miliardi di dollari in titoli italiani, contro i “soli” 300 miliardi nelle mani delle banche francesi. In ogni caso, dopo la Brexit, l’Italia diventerà la terza economia dell’Unione, e nessuno può permettersi di lasciar fallire istituti bancari come BNP Paribas o Société Générale. L’Italia quindi resta troppo grande per fallire.

Tuttavia, nel breve termine, potrebbero esserci crescenti tensioni all’interno della coalizione di governo. Come l’Europa, anche l’Italia è divisa tra nord e sud. La Lega rappresenta il nord economicamente dinamico, con interessi commerciali piccoli e grandi, mentre il Movimento incarna il sud cronicamente poco efficiente, che pretende più fondi dal governo centrale. Salvini a un certo punto potrebbe decidere di scaricare il M5s, per riuscire a governare in una coalizione più naturale con conservatori e altri nazionalisti.

In realtà, c’è una notevole continuità tra il governo populista e gli esecutivi precedenti. Già all’epoca del governo di Matteo Renzi, Roma si era fortemente opposta alle misure di austerità richieste da Bruxelles e aveva anche iniziato a eliminare l’immigrazione illegale nel Mediterraneo, di cui l’Italia da sola in Europa ha sopportato il peso sin dalla disgregazione del governo libico. Il nuovo governo ha proseguito sulla stessa linea, radicalizzandola.

Sulla carta, le regole monetarie e di bilancio dell’eurozona, che favoriscono i conti in regola e una bassa inflazione, hanno un carattere virtualmente costituzionale. Tuttavia, in ogni democrazia, una costituzione è rispettata soltanto nella misura in cui i suoi valori sono incisi nel cuore delle persone. Negli Stati Uniti, il prestigio dei padri fondatori, e dell’ideale di libertà comportano, nel bene e nel male, che libertà di pensiero, possesso delle armi e proprietà privata siano ben più rispettati che in qualsiasi altra parte del mondo. In Europa, la “costituzione dell’eurozona” è in realtà il Trattato di Maastricht del 1992, i cui principi riflettono un bizzarro compromesso congiunturale tra Francia e Germania, piuttosto che la condivisione di valori fondamentali tra nazioni che si impegnano a fondere le proprie valute.

Se le democrazie europee devono rispettare le regole dell’unione monetaria condivisa, bisogna impegnarsi di più per spiegarne i valori chiave su cui si reggono. Certamente, in quest’epoca di instabilità finanziaria e degrado ambientale alla ricerca di una crescita perpetua, i valori di vivere coi propri mezzi e la sostenibilità dovrebbero avere un enorme fascino.