Le elezioni europee in Estonia seguono a stretto giro le elezioni legislative di marzo, vinte da due partiti evidentemente liberali che fanno parte entrambi della famiglia politica dell’Alleanza dei democratici e dei liberali per l’Europa (Alde).

Il liberalismo dei due partiti non è senza macchia, ma le loro credenziali europee sono state esemplari per gli standard dell’Europa orientale. Il Partito riformatore estone, il più votato, ha governato l’Estonia dal 2005 al 2016, trasformandola in una pioniera del risparmio digitale. Come i riformatori, anche il Partito di centro, arrivato secondo, ha nascoso le sue radici populiste. Nel 2017 il giovane (non giovanissimo) leader del partito, Jüri Ratas, ha guidato con successo il paese durante la prima presidenza di turno dell’Unione europea.

Eppure l’elemento determinante della coalizione tripartitica emersa dopo le elezioni è l’estrema destra. Con appena il 17,8 per cento dei voti, il Partito popolare conservatore estone (Ekre) ha monopolizzato il programma del nuovo governo. Più che dettare le scelte politiche, l’Ekre sta rubando la scena al resto del governo sui mezzi d’informazione. L’estrema destra si è comportata come previsto, vale a dire che non si è placata.

I suoi leader, al contrario, hanno approfittato della partecipazione al governo per continuare a esprimere liberalmente e in modo brutale il loro razzismo, la loro misoginia e la loro omofobia. […] Continua a leggere l'articolo su Internazionale.it