Il piccolo Lussemburgo è una grande eccezione: mentre le elezioni del parlamento europeo di maggio sono viste in tutto il continente come una lotta contro l’ascesa dei populisti euroscettici, nel granducato l’Ue non crea grandi divisioni. Qui i maggiori partiti sono tutti sostenitori di un’Unione forte e movimenti estremisti non ce ne sono. In nessun altro paese europeo l’Ue gode di un simile consenso. Per i lussemburghesi le elezioni europee non sono un campo di battaglia in cui si gioca il futuro del continente ma l’esercizio di un dovere mirato a eleggere sei parlamentari, meno dell’1 per cento dei seggi del parlamento europeo.

Che si parli di integrazione europea, di politica estera comune o di solidarietà nei confronti dei migranti, questo stato fondatore dell’Ue sostiene in ogni caso un maggiore sviluppo del progetto europeo. Ma c’è un ambito in cui, anche dopo le elezioni, i lussemburghesi continueranno probabilmente a essere meno entusiasti nei confronti dell’Europa: le politiche fiscali. In questo terreno, lo stato di 600mila abitanti che viene spesso apostrofato come “paradiso fiscale” difende con decisione i propri interessi nazionali. La solidarietà europea ha i suoi limiti, anche per il Lussemburgo.

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“Non possiamo darci delle regole che limitino la nostra competitività e di conseguenza anche la nostra crescita”, ha affermato il premier del Lussemburgo Xavier Bettel parlando del progetto della Commissione europea di introdurre la web tax. Gli sforzi dell’Ue per armonizzare i sistemi fiscali dei paesi si scontrano immancabilmente con la resistenza dei governi lussemburghesi. Un atteggiamento difensivo che si è palesato anche in occasione del dibattito sull’opportunità di abolire l’obbligo di unanimità per le decisioni riguardanti le questioni fiscali dell’Ue. “Non con noi”, risponde con cortesia ma irremovibilità, il Lussemburgo. […] Leggi l'articolo intero su Internazionale.it