Di questi tempi, nei Paesi Bassi, le strade sono tappezzate di poster con un’unica parola: Nexit (l’uscita del paese dall’Unione europea, sul modello della Brexit). A organizzare la campagna è stato il Partito per la libertà, formazione di estrema destra. Nel frattempo Thierry Baudet, leader del Forum per la democrazia, un altro partito di estrema destra fondato da poco e rivale del Partito per la libertà, domina i talk show e le prime pagine dei giornali con la sua richiesta costante di “restituire” la sovranità al paese. Alle elezioni regionali di marzo, il partito di Baudet ha conquistato circa il 14 per cento dei voti.

Eppure i sondaggi d’opinione indicano che una solida maggioranza degli olandesi ritiene vantaggiosa l’adesione del paese all’Unione europea. Secondo l’ultimo Eurobarometro, se ci fosse un referendum l’86 per cento degli olandesi direbbe no all’uscita dei Paesi Bassi dall’Ue.

Come spiegare questa contraddizione? Perché uno dei paesi fondatori dell’Europa unita, ben felice di partecipare a tutte le manifestazioni di integrazione europea (inclusi l’euro, l’unione bancaria e lo spazio Schengen), sta discutendo ferocemente una Nexit che la maggioranza della popolazione non vuole? Per trovare una risposta bisogna considerare diversi fattori, a cominciare da due importanti elementi poco discussi.

Il primo è la frammentazione attuale della politica olandese, talmente estrema che a marzo il Forum è diventato il partito più votato del panorama politico, seguito a ruota dal partito del primo ministro Mark Rutte, il Vvd (liberali di destra). I due partiti sono impegnati in un testa a testa in vista delle elezioni europee. Un tempo la forte frammentazione del panorama politico – che porta inevitabilmente alla polarizzazione, con molti partiti che cercano di prevalere in uno spazio politico relativamente ristretto – veniva chiamata “libanizzazione” o “balcanizzazione”. Ora, grazie alla strategia aggressiva di Baudet, potremmo usare una nuova espressione: “olandesizzazione”. […] Continua a leggere l'articolo su Internazionale.it