Dolgcajt (Noia) era il titolo del primo disco dei Pankrti, un gruppo Punk rock, che negli anni Ottanta contribuì a dare uno scossone al regime comunista sloveno e jugoslavo. In quel periodo di epocali cambiamenti, subito dopo la morte di Josip Broz-Tito, il padre padrone della Jugoslavia, il sentimento che regnava tra i giovani era quello della noia, mista alla convinzione che nulla fosse destinato a cambiare.

È con una sostanziale apatia che Lubiana si appresta ad affrontare le elezioni europee. Nel paese non c’è nulla di nuovo. Il quadro è quello delle politiche dello scorso anno che hanno visto trionfare Marjan Šarec, un comico che anni prima aveva abbandonato le scene per fare il sindaco di una cittadina di provincia. È stato lui l’ennesima ancora di salvezza del centrosinistra, un altro coniglio tirato fuori dal cilindro per evitare che Janez Janša ed i democratici potessero prendere in mano le redini del paese.

Per molti l’eroe della “guerra” d’indipendenza continua ad essere l’unica speranza per il paese, per altri invece è soltanto un pericoloso principe delle tenebre che vorrebbe cambiare profondamente la Slovenia. Sarà probabilmente lui il vincitore relativo della prossima tornata elettorale, con un’ampia coalizione di centrodestra; ma sarà l’ennesima vittoria di Pirro, perché difficilmente muterà qualcosa a livello nazionale. Janša, vicino al premier ungherese Viktor Orbán, ossessionato dal pericolo migranti, decisamente filoamericano, con i suoi deputati andrà a rimpinguare il gruppo dei popolari europei a cui si aggiungeranno anche gli eletti di Nuova Slovenia, una formazione di ispirazione democristiana e votata al libero mercato.

A scanso di improbabili sorprese saranno più vicini agli eurodeputati popolari del gruppo di Visegrád che agli altri. D’altra parte, il blocco di centrosinistra si presenta in ordine sparso. Sarà un termometro per misurare la consistenza delle varie forze politiche di governo ed anche per capire l’impatto della sinistra radicale, che spera di portare per la prima volta in Europa un suo rappresentante.

A ben vedere nessuna forza politica ha fatto scendere in campo assi da novanta, ma piuttosto politici di seconda fascia o nobili decaduti della scena nazionale che ora cercano un posto al sole in Europa. Nessuno, infatti, sembra credere che gli otto eurodeputati eletti in Slovenia possano determinare le sorti dell’Unione e nemmeno che l’Europa abbia le risposte di cui la Slovenia avrebbe bisogno. Lo si è visto nettamente nel corso della crisi dei migranti e soprattutto quando la “rotta balcanica” ha attraversato la Slovenia. All’epoca Lubiana chiese all’Europa di fare qualcosa, ma alla fine si dovette arrangiare. Così difese le frontiere esterne dell’area Schengen, per non farsi “invadere” da migranti che non aveva nessuna intenzione di tenersi. Sino a quel momento la principale preoccupazione per Lubiana era stata quella di rimanere saldamente agganciata alla locomotiva tedesca, con Bruxelles sostanzialmente lontana dalle riflessioni della politica.

In una serie di interviste pubblicate su Dnevnik, a firma di Ervin HladnikMilharčič, uno dei più acuti analisti del paese, ai candidati alle prossime europee viene insistentemente chiesto cos’ha dato la Slovenia all’Europa e qual è il contributo della Slovenia allo sviluppo dell’Europa. Per ora nessuno ha saputo dare risposte convincenti, anzi sembra proprio che nessuno ci abbia mai riflettuto. Sin ora la domanda era sempre stata cosa avrebbe ottenuto la Slovenia dall’Europa. Del resto, l’ingresso nell’Unione europea nel paese era una alternativa che non aveva alternative e Lubiana, da brava scolara, si era impegnata per anni per soddisfare i parametri richiesti e per non arrivare impreparata all’appuntamento. A quel punto i partiti politici non hanno fatto altro che mutuare la loro visione d’Europa da quella dei gruppi politici presenti a Bruxelles senza preoccuparsi troppo di elaborarne una propria.  

Nel paese però sembra essere ancora largamente maggioritaria la convinzione che la Slovenia difficilmente potrebbe fare a meno dell’Europa, dell’Euro e dell’area Schengen. L’Europa resta pur sempre una garanzia per un paese che si è spesso sentito come un vaso di coccio tra vasi di ferro, minacciato da vicini più grossi e potenti con cui ha avuto nella storia del Novecento travagliati rapporti. L’integrazione europea, per molti resta così garanzia sicurezza, stabilità politica, rispetto dei diritti umani e prosperità economica.