Dopo un’uscita dirompente negli Stati Uniti, il "Green New Deal" – la Nuova sfida verde – sta rapidamente prendendo piede nell'Unione europea. Nel suo discorso del 16 luglio a Strasburgo l'allora candidata alla presidenza della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ne ha fatto una delle sue priorità: “Nei miei primi 100 giorni di mandato presenterò un ‘Green Deal per l’Europa’", dichiarò. Sempre il 10 settembre, in qualità di presidente eletta, ha aggiunto: "Voglio che Green New Deal diventi il marchio di fabbrica dell'Europa. Al centro di questo accordo c'è il nostro impegno a diventare il primo continente al mondo neutrale dal punto di vista dell’impatto ambientale".

Per chiunque sia interessato a preservare un pianeta accogliente per l'umanità, questa è una buona notizia. Ma mentre i cittadini europei stanno iniziando a darsi da fare, potrebbe essere il momento giusto per fermarsi a riflettere su alcuni punti.

Per cominciare, questa non è la prima volta che l'Ue ha puntato a un Green New Deal. L'ultima volta è stata dieci anni fa, quando la grande recessione ha colpito – e ha fallito miseramente perché l'austerità incorporata nei trattati e nelle istituzioni europee ha preso il sopravvento e ha ritardato la ripresa di alcuni anni.

Né è la prima volta che l'Unione europea promette di reinventare il suo modello economico. L'ultima volta è stato 20 anni fa, quando ha detto che sarebbe "diventata l'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica al mondo" (secondo quanto previsto dalla "strategia di Lisbona") – è stato anche un clamoroso fallimento, a causa delle stesse rigide regole che governano le economie europee.

Come dimostrano questi due promemoria, non ci sarà nulla di verde né di nuovo realizzato dall'Ue nei prossimi mesi e anni se i suoi leader non si libereranno delle bussole guaste della crescita economica e della disciplina fiscale.

L'Unione europea è ancora in gran parte governata da numeri farlocchi, diacui viene gradualmente divorata. I leader che hanno deciso, nel trattato di Maastricht e nei suoi successori, che le discipline fiscali definite come percentuali dei bilanci e del prodotto interno lordo dovrebbero essere l'ultima ratio del progetto europeo hanno commesso un errore, la cui conseguenza è stata l'atrofia della cooperazione europea e la mutilazione della prosperità per decine di milioni di europei (basta chiedere ai greci).

Guardando attentamente il seducente discorso di von der Leyen, vedrete la vecchia Europa grigia che si insinua dietro la cortina fumogena verde: "se vogliamo avere successo con questo ambizioso piano abbiamo bisogno di un'economia forte. Perché ciò che vogliamo spendere dobbiamo prima guadagnarlo", ha dichiarato, per poi aggiungere che "dobbiamo lavorare nell'ambito del Patto di stabilità e di crescita".

Eppure, è ovvio che un "nuovo accordo verde" che non ha eliminato le attuali norme fiscali europee non sarebbe né nuovo né verde, ma solo lo stesso vecchio e stanco accordo che sta lentamente soffocando l'Ue. Per non perdere un'altra occasione per fare storia, potrebbe essere utile uno sguardo più attento ai New Deal americani, quello originale e quello verde.

Obiettivo finale

Il New Deal di Franklin Delano Roosevelt, presidente negli anni 1930, ha certamente ripristinato la crescita del Pil, ma non è mai stata la sua intenzione (il Pil fu infatti inventato nel 1934 da Simon Kuznets per misurare l'entità della grande depressione). Qual era dunque lo scopo del New Deal originale? “Nel 1932 la questione era il ripristino della democrazia americana", ha detto Roosevelt nel 1936. Nello stesso discorso definì la pace al suo scopo ultimo.

La pace è anche la ragione per cui è stata fondata l'Unione europea (e, prima di essa, la Comunità economica europea) e gli stati membri hanno concordato di mettere in comune la loro sovranità – non la crescita o la disciplina fiscale. A causa della doppia crisi – quella delle disuguaglianze e quella della biosfera – la pace è ora minacciata all'interno di ogni nazione europea. Il ripristino (e il consolidamento) della democrazia dovrebbe essere il primo principio guida di un New Deal verde europeo.

E quale è lo scopo del Green New Deal statunitense del 2019? Il disegno di legge presentato alla Camera dei Rappresentanti lo scorso febbraio – notevole per la sua precisione, chiarezza analitica e lucidità politica – può essere letto come un tentativo di andare "oltre la crescita" nel paese della crescita. La recessione statunitense che molti temono oggi, ci dicono gli autori del testo, è già qui: è una recessione del benessere misurata non dalla perdita di Pil, ma dal crollo della salute, dal declino dell'istruzione, dall'equità corrosa e dal degrado degli ecosistemi.

Il Green New Deal statunitense non mira ad aumentare la crescita economica, ma a contenere la disuguaglianza sociale che sta distruggendo il tessuto americano come l'acido. Identifica come causa alla radice del malessere degli Stati Uniti "disuguaglianze sistemiche", sia sociali che ecologiche. Di conseguenza, intende attuare una "transizione giusta ed equa", di cui beneficeranno in via prioritaria "le comunità in prima linea e le comunità vulnerabili".

Choc verde

Questo è anche l'obiettivo che l'Unione europea dovrebbe perseguire. La nostra disuguaglianza può sembrare meno un'emergenza, ma questo vale solo per il reddito e la ricchezza e per alcuni paesi. Tenete presente che è stato in Europa – non negli Stati Uniti – che i partiti estremisti hanno messo in moto la recessione democratica che si sta diffondendo in tutto il mondo. E siamo ben lungi dall'essere pronti a sopportare gli shock del cambiamento climatico: l'ondata di caldo estivo solo in Francia ha ucciso 1.500 persone, il terzo evento naturale più letale del paese dal 1900.

La nostra versione del Green New Deal non dovrebbe riguardare gli investimenti per la crescita e disciplina fiscale. Dovrebbe riguardare la sostenibilità per il benessere umano in un imperativo di giustizia. In altre parole, una strategia adatta al XXI secolo.