Durante il mese di gennaio il governo del Primo ministro Viktor Orbán si è trovato a dover affrontare la più grande sfida degli ultimi anni in migliaia sono scesi nelle piazze ungheresi contro la controversa “legge sulla schiavitù”, grazie alla quale si dovrebbe far fronte alla crescente carenza di manodopera. Gli osservatori hanno interpretato queste proteste come la prima scintilla di una resistenza unita contro un leader illiberale.  Resta da vedere se questo movimento porterà a cambiamenti duraturi o si arenerà con il tempo. Uno studio del 2018 dal titolo “Sustainable Governance Indicators (SGI)” pubblicato dalla Bertelsmann Stiftung guarda con preoccupazione a un trend registrato in molti Paesi, tra cui anche l’Ungheria. Nella classifica, che comprende 41 Paesi industrializzati, l’Ungheria è precipitata al penultimo posto per qualità della democrazia e, secondo gli autori, non raggiunge più lo status di democrazia consolidata.

Tuttavia, secondo i risultati dell’Eurobarometro, nonostante l’erosione delle istituzioni democratiche, la fiducia dei cittadini nel governo ungherese ha continuato a crescere dal 21 per cento nel 2012 al 47 per cento alla fine del 2017. .

La grande popolarità di Orbán e del suo partito, Fidesz, dipende anche dal forte controllo delle informazioni. Secondo lo studio SGI, “la libertà di stampa esiste solo sulla carta, poiché più del 90 per cento dei media è controllato dal governo in modo diretto attraverso i media pubblici, oppure indirettamente attraverso le reti private di proprietà degli oligarchi del partito Fidesz”. I partiti o le formazioni all’opposizione restano deboli e frammentati e ricevono scarsi causa di un processo di registrazione assai criticato.

Nel 2017 la possibilità dell’opposizione di raggiungere i cittadini è stata ulteriormente limitata quando il controllo del governo è arrivato a toccare anche l’uso di cartelli e manifesti, un mezzo di comunicazione che aveva avuto un ruolo fondamentale nelle campagne elettorali del 2010 e 2014.

Demonizzazione degli avversari

Per aumentare il consenso in Ungheria, Orbán ha fatto uso del potere propagandistico del suo governo fomentando timori nei confronti di supposti nemici esterni. Ad essere demonizzati sono stati, indistintamente, gli immigrati, George Soros — il noto filantropo liberale ungaro-americano — e persino l’Unione europea, che ha destinato e continuerà a destinare ingenti investimenti comunitari per rilanciare l’economia ungherese in seguito alla crisi economica mondiale.

Per gli ungheresi il sentimento anti-immigrazione non è tuttavia da considerarsi l’espressione di una preoccupazione concreta e urgente: si tratta piuttosto di un artificio retorico legato all’identità nazionale. Nel novembre del 2018 un sondaggio Ipsos sui tre principali problemi del paese ha rivelato che  solo il 6 per cento degli ungheresi ha espresso preoccupazione per il controllo dell’immigrazione: al contrario il il 70% ha indicato il sistema sanitario, il 55 per cento la corruzione in politica e in economia e il 52 per cento la povertà e la disuguaglianza sociale.

Le preoccupazioni economiche interne spiegano in qualche modo la ragione per cui Orbán continua a esercitare una tale attrazione e, allo stesso tempo, i problemi che adesso si trova ad affrontare. La performance economica del paese è nettamente migliorata dal tracollo economico mondiale. Nel terzo trimestre del 2018, il tasso di crescita del PIL è stato del 5% su base annua, il secondo valore più alto registrato nell’Ue. La disoccupazione è scesa dall’11,8 per cento nel 2010, anno in cui Orbán venne eletto per la prima volta, al 3,6 per cento nel novembre del 2018.

Eppure, sempre secondo lo studio SGI della Bertelsmann Stiftung, si tratterebbe di una crescita instabile. Il governo ungherese ha intrapreso programmi in materia di pubblico impiego su larga scala. Nel 2017 il 4 per cento di tutti i lavoratori ungheresi è stato assunto grazie a queste iniziative, anche se spesso si tratta di posti di lavoro poco qualificati e scarsamente remunerati e che rendono difficile il passaggio successivo a un mercato del lavoro più ampio.

A svolgere un ruolo cruciale nel calo della disoccupazione è anche la partenza dei cittadini ungheresi alla volta di altri paesi europei in cui hanno trovato lavoro. I salari notevolmente più alti hanno spinto circa 600.000 ungheresi, ovvero il 9 per cento della forza lavoro nazionale, ad avvalersi della libera circolazione dell’Ue e a tentare fortuna altrove. La crociata di Orbán contro gli immigrati ha, di conseguenza, reso impossibile compensare con i lavoratori provenienti da altri paesi la carenza di manodopera venutasi a creare. Attualmente la mancanza di manodopera specializzata colpisce l’Ungheria e, dal 2017, contribuisce all’aumento dei salari nella competizione per assumere lavoratori qualificati.

Manifestazioni non solo nella capitale

La “legge sulla schiavitù”, varata nel dicembre 2018, è stata pensato come un mezzo per correre ai ripari. Se fino ad ora le ore di lavoro straordinario consentite in un anno erano di 250, questa legge permette ai datori di lavoro di esigere dai loro dipendenti fino a 400 ore supplementari. Per pagare questi straordinari le imprese hanno tre anni di tempo.  I suoi difensori affermano che i lavoratori hanno il diritto di rifiutare; chi critica la legge sostiene che molti lavoratori si troveranno nella condizione di non avere altra scelta se non quella di adeguarsi.

Le proteste sono iniziate non appena la riforma è stata approvata. Il partito ungherese Fidesz ha puntato il dito contro il solito capro espiatorio:  ha accusato la “cerchia di Soros”, re di aver provocato disordini volti a infangare l’immagine dell’Ungheria.

Invece, in questo momento di svolta, le manifestazioni si sono rapidamente diffuse al resto del Paese. L’entità delle proteste è stata talmente evidente che nemmeno il governo e i media lealisti hanno potuto negare la realtà dei fatti.

Prima delle elezioni del 2014 sono stati approvati controversi cambiamenti nelle procedure di registrazione elettorale che hanno  portato a un’ulteriore frammentazione dell’opposizione nel Paese: nel 2017 si contavano 219 partiti registrati che, fino ad ora, sono stati incapaci di trovare una voce unica.   

Nell’autunno del 2017 esistevano almeno 219 partiti registrati e le forze politiche contrarie a Orbán non sono ancora riuscite a trovare una voce comune. Però ora tutti i principali partiti d’opposizione, compresi gli estremisti di destra, si sono schierati dalla parte dei manifestanti, aprendo così la strada a una collaborazione più efficace che vada al di là della legge sulla schiavitù.  

Stando ai sondaggi realizzati nel dicembre 2018, il partito Fidesz era in testa con il 23 per cento dei voti, seguito dagli altri partiti con solo il 9 per cento delle preferenze ciascuno. Tuttavia, durante lo stesso sondaggio alla domanda: "Quale partito votereste se le elezioni si svolgessero domani?", il 50 per cento degli intervistati ha risposto "non lo so". Questo significa che rimangono da conquistare molti voti di chi non si sente più rappresentato dall’attuale sistema politico. Se l’opposizione riuscisse, facendo fronte comune, a trarre vantaggio dall’attitudine generale e a guadagnare il voto dei cittadini delusi, per lo meno il partito Fidesz non avrebbe vita facile. Le elezioni locali dell’ottobre 2019 saranno l’occasione per vedere se questo accadrà.

Questo articolo è stato tradotto in collaborazione con la Facoltà di traduzione e interpretazione dell’Università di Ginevra