Il nuovo parlamento europeo dovrebbe raggiungere un nuovo record in fatto di seggi occupati da donne. Alcune stime parlano di un aumento dal 36 al 39 per cento della quota di deputate, ma appunto si tratta ancora di stime perché mancano alcune liste ufficiali degli eletti, tra cui quella del nostro paese, in cui bisogna aspettare le rinunce dei candidati in più circoscrizioni per il conto definitivo. Tuttavia anche in base alle liste ufficiose degli eletti siamo di fronte a numeri altamente verosimili, per cui possiamo dire che anche in Italia le deputate a Bruxelles sono aumentate rispetto alla precedente tornata elettorale, passando da 28 a 32 su 73 europarlamentari eletti dal nostro paese.

La quota di elette in un’assemblea rappresentativa come quella europea dipende non solo da quanto le donne vengono votate, ma anche da quante vengono candidate e dalle regole del sistema elettorale, in particolare per la possibilità o meno di esprimere preferenze da parte degli elettori. In alcuni paesi – tra cui Romania, Francia, Germania, Spagna – non è possibile esprimere delle preferenze: la lista dei candidati è scelta unicamente dai partiti, che dunque hanno tutto il controllo dell’attribuzione dei seggi che guadagnano in base al numero di voti ricevuti. In altri casi invece gli elettori possono scegliere i loro candidati scrivendo uno o più nomi sulla scheda, come succede in Italia, Bulgaria, Croazia. Un altro livello di influenza da parte del sistema elettorale è poi quello dell’obbligo o meno di avere una certa quota di donne nelle liste elettorali, ed eventualmente alternarle ai nomi maschili.

Abbiamo guardato da vicino i dati degli scrutini in Italia, analizzando la distribuzione delle preferenze per genere. Che cosa ci raccontano del nostro paese le preferenze espresse per eleggere i nuovi europarlamentari spettanti all’Italia?

Una preferenza su tre

Partiamo dai dati di aventi diritto e affluenza. In Italia le elettrici sono più degli elettori (circa un milione e 700mila unità di differenza), e alle europee hanno votato leggermente di più le donne, almeno in termini assoluti: sono andate alle urne circa 37mila elettrici in più rispetto agli uomini (anche se si tratta del 54 per cento delle donne aventi diritto contro il 58 per cento degli uomini). Ma i candidati sono stati votati di gran lunga di più rispetto alle candidate.

Su 13 milioni di preferenze espresse dagli elettori italiani, solo il 35 per cento è andato alle donne – anche se rappresentavano circa il 50 per cento dei componenti delle diverse liste, come imposto dalla legge elettorale. La sproporzione di genere appare meno evidente se si tolgono dal conto le candidature multiple, cioè i nomi di coloro che si sono presentati in più di una circoscrizione – leader di partito o altre personalità di richiamo, quali Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Nell’analisi sono state volutamente incluse tutte le preferenze, anche quelle espresse per le cosiddette candidature multiple.

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La distribuzione delle preferenze tra uomini e donne è dunque ancora molto sbilanciata in Italia. In parte di sicuro per la maggiore riconoscibilità dei politici maschi: in molti casi le candidate non erano realmente nomi noti, e non si direbbe che siano state investite molte energie nella loro campagna elettorale.

I capolista dei diversi partiti nelle cinque circoscrizioni erano in 37 casi uomini (tra cui Salvini capolista in tutte) e 22 casi donne (stesso discorso per Giorgia Meloni). E infatti sono tra i nomi che spiccano nel conto delle preferenze. Mentre per l’M5S si può notare che in tutte le circoscrizioni c’erano capolista donne.

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Come si vede dal grafico, Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia) e Simona Bonafè (Pd) sono le candidate che hanno ricevuto più preferenze personali. Tra le donne seguono Caterina Chinnici e Irene Tinagli (entrambe Pd), mentre la quinta con più preferenze è in quota Lega ed è Mara Bizzotto.

Le liste e i comuni con le donne più votate

In alcuni partiti il conto delle preferenze risulta equilibrato tra candidati e candidate, tra cui il M5S, Europa Verde e La Sinistra; all’opposto, tra le formazioni politiche maggiori, si nota la Lega, dove le donne hanno ricevuto solo il 21 per cento di preferenze – hanno scontato naturalmente il grande successo personale di Matteo Salvini, che ha quasi monopolizzato l’attenzione degli elettori del suo partito. Fratelli d’Italia, con la sua capolista Giorgia Meloni, è l’unico partito ad aver ottenuto più preferenze per i nomi femminili (57 per cento di preferenze alle candidate, contro il 43 per cento ai candidati).

Sono oltre 640 i comuni italiani dove gli uomini hanno raccolto almeno l’80 per cento delle preferenze espresse (in sei centri sono andate ai maschi addirittura il 100 per cento delle preferenze). Guardando invece ai paesi dove sono state le donne a prendere più voti, si approda in un piccolo paese sardo (Tinnura, in provincia di Oristano, con il 67 per cento per le donne, ma su un totale di 58 voti) e a Capannoli in provincia di Pisa. Si può anche citare Olmo Gentile (66,6 per cento delle preferenze a donne), ma ci si consola più per la suggestione del nome che per altro (2 preferenze su 3 voti in totale).

In molte delle città più grandi le proporzioni sono meno sbilanciate, con eccezioni a favore dei maschi in grossi centri quali Treviso (77 per cento delle preferenze a uomini), Trento e Piacenza (70 per cento) e Bari (69 per cento). L’unico capoluogo in cui le donne hanno ricevuto più preferenze degli uomini è stato Pisa.

Mediamente le donne nelle liste sono più giovani. A parte il segmento 25-30, dove sono leggermente di più gli uomini, per il resto questi ultimi sono più numerosi nelle fasce più anziane. In circoscrizioni così ampie come sono quelle per le europee (in Italia arrivano a raggruppare anche 6 regioni diverse) la notorietà e l’esposizione sui media nazionali sicuramente aiutano.

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