Come sarà composto il prossimo Parlamento europeo? Quante saranno le donne, e quante avranno ruoli influenti? Nel periodo di campagna elettorale non è raro veder circolare ipotesi e proiezioni sugli esiti elettorali. Come questa,realizzata dall'Unità di monitoraggio della pubblica opinione dello stesso Parlamento europeo e pubblicata nei giorni scorsi.

Invece come sarà composta la nuova assemblea in termini di diversità e inclusione è questione meno considerata in anticipo: di solito sono cose che si guardano a seggi chiusi, quando i giochi sono fatti. Non si tratta però di un argomento secondario e le stesse istituzioni europee pubblicano informazioni e considerazioni su come favorire l’equilibrio di genere in vista delle prossime elezioni in un rapporto diffuso dal dipartimento per i diritti dei cittadini e gli affari costituzionali del Parlamento europeo.

In questa fase, molto è in mano ai partiti. La combinazione di sistema elettorale e regole per la presentazione delle liste, insieme alle scelte dei partiti stessi, risultano determinanti. In particolare, ovviamente, per i sistemi che eleggono gli/le europarlamentari attraverso liste bloccate. Ma anche nei sistemi più “aperti”, dove gli elettori possono esprimere preferenze sui singoli candidati, “le strategie di reclutamento da parte dei partiti, i processi di selezione, le modalità di funzionamento e la cultura influenzano in maniera significativa sia l’offerta sia la richiesta di candidate”, si legge nel rapporto.

Per raggiungere la parità di genere le donne dovrebbero arrivare al 50 per cento dei seggi e dei ruoli che contano. Tuttavia è considerata accettabile una proporzione dei due sessi compresa tra il 40 e il 60 per cento, secondo l’obiettivo stabilito dall’Istituto europeo per la parità di genere (Eige). Nel 2014, a parlamento appena insediato, 11 stati su 28 raggiungevano questo obiettivo nella propria quota di eletti.

In 9 paesi dell’Unione europea sono previsti meccanismi per agevolare la presenza delle donne, e nonostante ciò solo in quattro di questi le donne superavano il 40 per cento degli eletti. Al contrario, in otto paesi l’obiettivo è stato raggiunto anche in assenza di appositi sistemi.

Per strada, poi, nel corso della legislatura questa quota è diminuita (dal 36,9 per cento di donne eurodeputate nel 2014 al 36,2 nel 2018), e alla fine solo 7 paesi si possono ancora dire in linea con l’obiettivo del 40 per cento.

Tra le azioni raccomandate dal Parlamento europeo ci sono le quote di genere (all’interno di ciascuna lista, le candidate dovrebbero essere almeno la metà) e un equo posizionamento in lista (per esempio con l’alternanza di donne e uomini), ma viene suggerita anche l’esistenza di sanzioni adeguate – e per ‘adeguate’ si intende il rigetto della lista, non le ammende pecuniarie. Si tratta di meccanismi che a livello nazionale sembra stiano producendo i risultati sperati.

Ma ci sono anche altre inquadrature da cui si può guardare alla minore partecipazione femminile: auto-esclusione, ostilità generalizzata, sessismo e stereotipizzazione da parte dei media, fino – e forse soprattutto – alla mancanza di volontà da parte delle organizzazioni politiche di far emergere talenti femminili. Per questo molte raccomandazioni del rapporto non sono solo tecniche, ma più “sociali”. Per esempio tra le pratiche raccomandate dal Parlamento europeo ci sono la formazione, l’azione di rete e il tutoraggio, per sostenere e incoraggiare le candidature. Secondo lo studio, Spagna e Polonia sono i paesi in cui le azioni di questo tipo sono più carenti. Ma sul fronte delle reti formali e informali all’interno dei partiti politici le donne sono posizionate particolarmente male: uno studio del 2015 sottolineava che appena il 13 per cento dei segretari di partito in tutta l’Unione europea erano donne.

Non secondaria è poi la questione finanziaria. Poiché dal punto di vista economico le donne tendono ad avere uno svantaggio rispetto agli uomini, spesso hanno anche meno risorse per affrontare le campagne elettorali.

Tuttavia “uguale presenza non vuol dire uguale potere”, si legge nel rapporto del Parlamento europeo. Cosa succede infatti se si comincia a guardare un po’ più in alto nella scala del potere? Cosa avviene con le nomine nel Parlamento stesso e con gli incarichi governativi?

“Una volta elette le donne affrontano una dinamica del potere politico che è molto legato al genere”, si legge ancora nello studio, dove si sottolinea che un’equa rappresentanza di uomini e donne è condizione necessaria ma non sufficiente per una politica veramente paritaria.

E in effetti solo due gruppi parlamentari – verdi e sinistra radicale (Greens/Efa e Gue/Ngl) – hanno una presidente o una co-presidente su un totale di 11 incarichi di questo tipo. Nell’ufficio di presidenza invece sono affidati a donne 7 incarichi su 20, e cioè ci sono 5 vicepresidenti donna su 14, e 2 questrici su un totale di  5. Va meglio se si guarda alle commissioni parlamentari, presiedute per metà da donne. Anche questi sono dati ufficiali, riportati nel rapporto “Le donne nel parlamento europeo”.

Se poi si guarda ad altre istituzioni europee, la situazione non migliora: su un totale di 246 ruoli apicali censiti dagli autori dello studio, solo 57 (il 23,2 per cento) sono detenuti da donne. “Colpisce in particolare quante poche siano le donne con incarichi di direttore generale, capo dipartimento o incarico equivalente nei 53 direttorati generali della Commissione europea: solo il 26 per cento”, si osserva nel primo report citato. Tra le meno equilibrate dal punto di vista di genere ci sono di sicuro le istituzioni finanziarie: 8 per cento di donne nel consiglio direttivo della Banca centrale europea e 14 per cento nel board della Banca europea per investimenti.