Il fenomeno dell’astensionismo crescente è in corso da molti decenni e riguarda un po’ tutti i tipi di elezione. Fino al 1979, in Italia l’affluenza alle urne superava il 90 per cento. Da allora ha cominciato a scendere sempre di più, e non ha smesso di diminuire: alle ultime politiche ha raggiunto il 73 per cento, mentre alle europee del 2014 è stata del 57 per cento. Elezioni locali a parte, uno dei valori più bassi è stato registrato alle scorse regionali in Emilia-Romagna, quando l’affluenza si è fermata addirittura al 38 per cento.

La scelta di non andare a votare non riguarda solo la persona che la compie, ma ha delle conseguenze politiche dirette. Se diventa una scelta diffusa finisce per colpire la legittimazione delle istituzioni democratiche e dei partiti politici e favorire una loro evoluzione in direzione non sempre liberale. Gli astenuti inoltre non si distribuiscono in modo uniforme lungo tutto lo spettro politico: spesso le elezioni le vince chi riesce a mobilitare il maggior numero dei propri elettori potenziali, non tanto chi riesce a strappare più elettori agli avversari.

L’astensionismo è un fenomeno complesso. Ogni elezione ha le sue specificità, dettate da una molteplicità di fattori: per esempio la composizione demografica del bacino elettorale, il contesto socioeconomico e la cultura democratica della popolazione chiamata al voto. Per questo molta letteratura scientifica si sforza di comprendere a fondo le cause dell’astensionismo, ma non esiste una teoria generale che ne spieghi le cause.

Apatia, protesta, sfiducia

Secondo Maurizio Cerruto, autore dello studioLa partecipazione elettorale in Italia (Quaderni di Sociologia, 2012), le ragioni alla base dell’astensionismo sono sfaccettate. “Da un lato, si parla di astensionismo da apatia, cioè da distanza tra l’elettore e l’offerta politica”, spiega il professore di sociologia dell’università di Cagliari. “Questo tipo di astensionismo ha le sue radici nella posizione di marginalità che la politica occupa nell’orizzonte psicologico di molti elettori delle moderne democrazie di massa”. Dall’altro lato si parla invece di “astensionismo di protesta, come espressione attiva di una insoddisfazione dell’elettore, che esprime una dimostrazione di sfiducia e in molti casi di aperta ostilità nei confronti della classe politica”. Secondo Cerruto, le ricerche empiriche mostrano che nell’elettorato astensionista italiano l’apatia prevale sulla protesta.

Di certo gli italiani hanno sempre meno fiducia nelle istituzioni politiche. Ogni anno l’Istat rileva dati su questo aspetto, all’interno del rapporto Il benessere equo e sostenibile. Come confermano anche leultime stime, la fiducia degli italiani verso il parlamento, i partiti e il sistema giudiziario continua a calare dal 2010 e questo si traduce in un senso di disaffezione diffuso, che ha un impatto sull’affluenza alle urne. Tuttavia il problema italiano si inserisce in un quadro europeo più generale. Secondo l’Eurobarometro, il servizio della Commissione europea che misura e analizza le tendenze dell’opinione pubblica, la fiducia dei cittadini verso le istituzioni è bassa un po’ in tutta Europa: da circa dieci anni meno della metà della popolazione europea si fida delle istituzioni politiche del proprio stato.

Alla base dell’astensionismo ci sono insomma molte ragioni, e ha quindi poco senso parlare di un “partito del non voto”. Il quadro si fa ancora più sfaccettato se si va a guardare quali sono le fasce della popolazione che più tendono ad astenersi. Secondo un rilevamento del 2016 dell’istituto di sondaggi Swg intitolato Il popolo dell’astensione, in Italia l’astensionismo è particolarmente diffuso tra gli elettori tra i 18 e 44 anni, spesso indecisi o senza una precisa collocazione politica. Molti hanno un titolo di studio superiore al diploma. Guardando alle ultime elezioni europee, come osservato dai ricercatori André Blais e Filip Kostelka, in molti stati emerge invece una correlazione tra bassi livelli di istruzione e alti livelli di astensionismo.

L’astensionismo e le elezioni europee

In quasi ogni paese, le elezioni europee hanno sempre registrato una minore affluenza rispetto alle elezioni politiche, probabilmente a causa di una scarsa consapevolezza del peso del parlamento europeo e a una generica percezione di distanza tra la vita di tutti i giorni e le istituzioni europee. L’Eurobarometro rileva che solo il 48 per cento dei cittadini europei crede che la propria voce conti nell’Ue (ma esistono enormi differenze tra un paese e l’altro, per esempio in Svezia il 90 per cento dei cittadini crede che la propria voce conti, a fronte del 24 per cento degli italiani e del 16 per cento dei greci).

Eppure qui non si tratta tanto di un problema di sfiducia. L’Eurobarometro rileva infatti che i cittadini europei tendono a fidarsi di più dell’Unione europea che del proprio parlamento o governo nazionali. Allora perché è una minoranza quella che vota alle elezioni europee? “Questo paradosso è riconducibile a due fattori”, spiega Alberto Alemanno, tra i principali analisti della politica europea e fondatore del movimento The good lobby. “In primo luogo, le elezioni europee sono ancora la somma di elezioni nazionali, e non un evento politico transnazionale animato da veri e propri partiti europei. In secondo luogo, manca una sfera pubblica comune in grado di raccontare il sistema politico europeo”.

Per denunciare la presunta sfiducia delle persone nei confronti dell’Unione europea, i movimenti euroscettici spesso mettono in risalto il progressivo calo dell’affluenza alle elezioni europee. È un fenomeno reale, ma è parte di un processo più ampio che sta investendo la democrazia rappresentativa in Europa nel suo complesso. Inoltre, come nota Jules Beley dell’università SciencesPo di Parigi, è complicato confrontare l’affluenza alle elezioni europee nel tempo. “Come si può confrontare l’affluenza nel 1979, quando la Comunità europea era composta da nove paesi dell’Europa occidentale con l’affluenza nel 2014, quando l’Unione contava 28 paesi con culture politiche e tradizioni democratiche diverse?”, si chiede Beley.

Le ricerche mostrano che c’è chi non vota per apatia e chi non vota per protesta. Ma se osserviamo l’affluenza alle elezioni europee dobbiamo anche tenere presente che sempre più cittadini europei hanno difficoltà a votare perché si sono trasferiti in un altro paese. Per esempio, più del 10 per cento dei cittadini romeni, bulgari, croati, lettoni, lituani e portoghesi vive in uno stato membro diverso dal proprio. Avrebbero il diritto di votare alle europee nelle città in cui vivono, ma nel 2014 il 95 per cento circa non è andato ai seggi a causa di una serie di ostacoli linguistici, burocratici e politici: difficile identificarsi in partiti e politici che si rivolgono solo agli elettori della propria nazionalità.

Quali rimedi all’astensionismo?

Per risollevare l’affluenza elettorale, una misura apparentemente semplice sarebbe rendere obbligatorio votare. Questo obbligo esiste in paesi come il Lussemburgo e il Belgio, dove in effetti i livelli di astensionismo sono bassi. Anche in Italia il voto era considerato obbligatorio fino al 1993 e rimane un dovere civico secondo la costituzione. Il problema è che l’obbligo di voto è difficile da far rispettare in maniera stringente, a meno di non introdurre sanzioni pesanti.

Se gli elettori non hanno più fiducia nella differenza che può fare il loro voto, secondo alcuni conviene offrire loro la possibilità di effettuare direttamente delle scelte su questioni in campo, invece di limitarsi a delegare dei rappresentanti. È per questo che negli ultimi anni in molti paesi è aumentato l’interesse nei confronti degli strumenti della democrazia diretta, come per esempio i referendum. Casi come quello della Brexit hanno però fatto apparire con chiarezza i limiti di questi strumenti, che raramente aiutano a legiferare su questioni complesse.

Per tutelare la legittimazione delle istituzioni europee e risollevare l’affluenza al voto, negli scorsi mesi il parlamento europeo ha compiuto uno sforzo di comunicazione inedito. La campagna Stavolta voto, realizzata in tutti e 28 gli stati membri dell’Unione europea, ha cercato di spiegare l’importanza della partecipazione elettorale ricorrendo a una molteplicità di strumenti. Trecentomila persone si sono registrate sul sito della campagna, mentre il video promozionale Choose your future ha ottenuto 120 milioni di visualizzazioni sulle diverse piattaforme. I sondaggi suggeriscono che il progressivo aumento dell’astensionismo alle elezioni europee stavolta potrebbe arrestarsi, e in paesi come l’Italia potrebbe verificarsi un’inversione di tendenza.

I paesi dell’Europa centrale e orientale hanno tassi di astensionismo più alti della media dell’Unione europea. Per questo la campagna istituzionale è stata particolarmente intensa in paesi come la Slovacchia, dove nel 2014 solo il 13 per cento degli elettori era andato a votare alle europee. “Abbiamo lavorato su tanti fronti diversi”, racconta Soňa Mellak, addetta stampa dell’ufficio del parlamento europeo in Slovacchia. “Abbiamo collaborato con una serie di personaggi famosi, e in particolare con youtuber e influencer per riuscire a spiegare ai giovani perché le elezioni europee sono importanti. Abbiamo organizzato un tour in 17 città del paese, realizzando eventi e dibattiti, e in 200 scuole superiori si è tenuta una simulazione delle elezioni europee. Le televisioni si sono dimostrate attente, molti presentatori hanno spiegato che sarebbero andati a votare”.

Per far aumentare davvero l’affluenza alle elezioni europee servirebbero però delle modifiche legislative. Per esempio, si potrebbe rendere più semplice il voto ai cittadini che risiedono all’estero. Alcuni politici e osservatori pensano che bisognerebbe far eleggere direttamente ai cittadini un presidente dell’Unione europea, che sia a capo al contempo della Commissione europea e del Consiglio europeo. Altri – come i militanti del partito europeo Volt – puntano innanzitutto su una mobilitazione transnazionale dal basso, che sposti la campagna elettorale su temi europei.

Anche secondo Alberto Alemanno è questa la strada da seguire: “Bisognerebbe creare un collegio elettorale unico europeo, che permetta di presentare liste e partiti transnazionali. In questo modo il dibattito politico trascenderebbe immediatamente gli stati nazionali e permetterebbe a qualsiasi cittadino di comprendere la dimensione europea dello scrutinio”. In uno scenario del genere, “i partiti sarebbero indotti a formulare e difendere visioni di società europea e temi di interesse paneuropeo, invece di concentrarsi come ora su questioni nazionali”, e a quel punto il dibattito riuscirebbe finalmente a coinvolgere più profondamente gli elettori.