La peggiore fase di recessione economica dalla “Grande Depressione” (1929-1939) ha causato una crisi di legittimazione democratica simile a quella che favorì l’ascesa del fascismo nel periodo interbellico. Nel secondo Dopoguerra (1945-1989) il ricordo delle grandi guerre (1918-45)  nella memoria collettiva e il successo economico della democrazia liberale riuscirono a isolare politicamente i movimenti neofascisti. Tuttavia, la “Grande Recessione” (2007-2013) ha ridato vita all’estrema destra, che si presenta ora come una possibile alternativa politica. Riferendosi a questo preciso momento storico, China Miéville scrive: “Non vi è mai stato un momento migliore nella storia per essere fascisti. Viviamo in un’utopia che semplicemente non è la nostra.”

In Europa occidentale gli odierni movimenti neofascisti hanno ripreso la retorica dei loro predecessori: si parla infatti di “riprendere il controllo”, di assicurarsi che “la nostra razza bianca…. continui a esistere” e di combattere “l’invasione degli stranieri”. A causa di questi familiari slogan politici e di condizioni strutturali simili a quelle degli anni ’30, caratterizzate da una crisi finanziaria seguita da un collasso economico che portarono a povertà, alta disoccupazione e migrazione di massa, si lancia l’allarme a proposito di un “ritorno del fascismo” e si teme di rivivere “gli anni della Repubblica di Weimar”.

In un articolo precedente mi sono concentrato sul ruolo che le  migrazioni e la scarsa memoria del passato hanno avuto nell’ascesa di “democrazie illiberali” nell’Europa centro-orientale. Anche nella parte occidentale del continente si riscontra un simile processo di amnesia storica. Contrariamente al populismo autoritario di estrema destra, che si spiega ricorrendo a fattori economici e culturali, a mio avviso il ricambio generazionale e la mancanza in Europa occidentale della memoria collettiva legata alle grandi guerre  svolgono un ruolo decisivo nella crisi di cui siamo testimoni. Non è un caso che assistiamo a una rinascita del populismo 70 anni dopo la fine della Seconda Guerra mondiale.

Memoria e integrazione

All’indomani delle due guerre mondiali e della Shoah, “mai più” era più di un semplice slogan: era un imperativo per il cambiamento politico. Il rimando alla memoria collettiva di questi eventi ha svolto un ruolo importante nel giustificare la condivisione della sovranità attraverso l’integrazione europea. Gli insegnamenti del periodo delle grandi guerre (1918-45)del secolo scorso sono stati, inoltre, fonte di ispirazione per la Dichiarazione universale dei diritti umani, così come per la creazione del Consiglio d’Europa – e dunque della Corte europea dei diritti dell'uomo –  e delle altre istituzioni che hanno inserito la protezione dei diritti fondamentali nella legge europea e internazionale del Dopoguerra.

Gli individui che hanno dato vita a queste organizzazioni venivano dalla generazione che aveva vissuto da adulta la “guerra totale” in Europa (1914-1945). A questa generazione seguì quella di chi divenne maggiorenne durante la guerra, che quindi non se ne assumeva alcuna responsabilità, e che mise in discussione le azioni dei  genitori e le tradizioni intellettuali della sua terra natia per riuscire ad accettare l’eredità del 1945. I leader di questa generazione rafforzarono l’integrazione attraverso l’istituzione del mercato comune, l’apertura delle frontiere fra i paesi europei con l’accordo di Schengen, la creazione dell’euro e il conferimento di poteri al Parlamento europeo.

Alla fine del secondo millennio, il compito di guidare l’Europa è passato a una generazione che non ha ricordi della Seconda Guerra mondiale. Con la scomparsa delle generazioni che hanno vissuto la guerra sono venute meno le ampie istanze normative legate alla loro memoria. Al posto di incoraggiare ulteriormente l’integrazione, all’interno di questa generazione che non ha alcuna esperienza diretta delle grandi guerre, si tende a sostenere ampiamente i movimenti populisti autoritari e neofascisti. La nostalgia che motiva l’ascesa di questi movimenti è radicata nei ricordi, propri di questa generazione, di una vita migliore e apparentemente più facile in stati-nazione presumibilmente indipendenti al culmine, in Europa occidentale, del Wirtschaftswunder (“miracolo economico”) nei trente glorieuses (i “30 anni gloriosi” che vanno dal 1946 al 1975).

Tuttavia, questa percezione della “nazione” economicamente indipendente e politicamente sovrana richiede che gli “stati-nazione” siano “immaginati in periodi in cui di fatto non esistevano”. Benché i “baby-boomers” del dopoguerra ricordino lo stato nazionale come il fulcro della prosperità economica, nel migliore dei casi quest’immagine è incompleta. L’integrazione economica, politica e sociale del continente era già ben avviata durante questo periodo, sebbene ciò non fosse sempre evidente nelle esperienze quotidiane degli individui.

Infatti, ben lungi dal supporre, come sembrano credere molti euroscettici, che vi sia stato un passaggio da impero a nazione e poi all’integrazione economica nel dopoguerra, l’Europa occidentale ha subito una transizione direttamente dal colonialismo all’integrazione economica dopo il 1945. La falsa narrazione del boom economico postbellico quale periodo d’oro dello stato sovrano, che Timothy Snyder definisce “la favola della nazione saggia”, insieme alla mancanza di ricordi personali della guerra e della sofferenza, rappresenta un’enorme sfida ai valori e alle istituzioni che in precedenza erano il baluardo contro il ritorno del fascismo.

Difendere la democrazia al di là dello stato

Al giorno d’oggi è importante essere consapevoli di quanto il ricambio generazionale e la perdita di questa memoria europea contribuiscano all’ascesa dell’estrema destra. La lezione degli anni Trenta è che la democrazia liberale, un regime che protegge i diritti economici, sociali, politici e civili in modo “co-originale” o “equi-primordiale”, non può essere preservata o sviluppata unicamente tramite lo stato-nazione. Al contrario, le istituzioni internazionali hanno un ruolo cruciale nell’assicurarsi che la volontà popolare potenzialmente sciovinista negli stati-nazione non vada a calpestare i diritti delle minoranze né a limitare il dissenso politico.

La democrazia non si traduce soltanto in elezioni e principio di maggioranza, ma anche pluralità di opinioni e rispetto dei diritti degli individui e delle minoranze, necessari affinché le elezioni e le decisioni secondo la maggioranza abbiano un senso. La storia del XX° secolo dimostra che la “volontà popolare” può funzionare in modo adeguato soltanto nelle democrazie vincolate che collaborano per proteggere i diritti umani fondamentali.

L’obiettivo principale dell’ordine globale creato in seguito alla Seconda Guerra mondiale era di costituire una struttura internazionale per la democrazia liberale. Di fronte al ritorno del fascismo quale alternativa politica realistica alla politica tradizionale nell’Europa occidentale, oggi più che mai queste istituzioni internazionali sono essenziali per arginare queste nozioni nazionalistiche di sovranità popolare.

Questo articolo è stato tradotto in collaborazione con la Facoltà di traduzione e interpretazione dell’Università di Ginevra.