Il sindaco di Danzica Paweł Adamowicz è morto il 14 gennaio, in seguito alle ferite ricevute il giorno prima da un uomo salito sul palco dove si stava svolgendo l’ultimo appuntamento con la Grande orchestra di carità di Natale (Wośp), un evento al quale il sindaco assisteva ogni anno. Movente dichiarato dall’assassino, che era appena uscito di prigione: era stato arrestato poi detenuto quando la Piattaforma civica (Po, liberali) di Adamowicz era al potere (2007-2015).

Danzica è un simbolo della lotta tra libertà e coloro che vogliono limitarla o abolirla: qui cominciò la caduta del comunismo nel 1980, nei cantieri navali in cui lavorava Lech Wałęsa. Qui è stato recentemente aperto il museo della Seconda guerra mondiale, che presenta un’interpretazione storica della sofferenza di tutti gli europei durante il conflitto. Adamowicz ha sfidato il divieto del partito al potere Diritto e Giustizia (PiS), secondo il quale il martirio subito dai polacchi non può essere paragonato a quello subito dagli altri europei (anche se alla fine il partito conservatore ha modificato la concezione del museo). Qui, infine, si sono avvertiti i primi colpi di cannone della corazzata Schleswig-Holstein, che segnarono la fine del periodo tra le due guerre. E ora quest’atto barbarico, che semina il terrore e s’inserisce in un movimento più ampio, in grado di mettere a tacere la libertà d’espressione.

In che modo l’opera di un paranoico schizofrenico va oltre la cronaca? L’omicidio di Adamowicz rivela forse un clima politico di tensione? Le opinioni a questo proposito sono contrastanti. In ogni caso, la violenza verbale è sicuramente in aumento in Polonia, e questo sfociare anche in violenza fisica.

Una storia recente movimentata

Alcune tensioni sono sorte nel 2010, in occasione dello schianto del Tupolev che trasportava il presidente polacco Lech Kaczyński verso Smoleńsk, in Russia. Oltre al capo dello stato, morirono nell’incidente anche il governatore della banca centrale polacca, il capo di stato maggiore dell’esercito e altre personalità. Molto rapidamente, sono emerse paradossali teorie complottistiche: alcune sostengono che il governo di Donald Tusk (l’attuale presidente del Consiglio europeo), in combutta con il Cremlino, abbia orchestrato l’attentato.

Il problema è sorto in quanto il fratello gemello del presidente defunto, e capo del primo partito del paese Diritto e Giustizia (PiS), Jarosław Kaczyński, non ha mai respinto queste teorie e ha addirittura cavalcato l’onda riguardo alle zone d’ombra della vicenda per consolidare il proprio elettorato. Ha impiegato una retorica di odio che mescolava la presunta responsabilità della Po nella catastrofe, la disonestà dei suoi membri e lo spettro dell’Ue, vista come cavallo di Troia che vuole limitare la sovranità della Polonia.

Bisogna tuttavia risalire al 2005 per ritrovare l’origine di questo violento scontro verbale tra Po e PiS: questi due partiti dovevano entrare in coalizione per guidare il paese dopo il tracollo della sinistra, simile a quello subito dal partito socialista francese nel 2017. Ma la destra conservatrice e quella liberale non sono riuscite a raggiungere un accordo. Da quel momento questi due movimenti dominano la scena politica, in sistematica contrapposizione nonostante la vicinanza ideologica. Le personalità politiche dei due partiti hanno quindi iniziato a insultarsi per motivi sempre più irrazionali e privi di contatto con la realtà, intenzionate a distinguersi dai rispettivi oppositori.

Insulti a non finire

Così, Stefan Niesiołowski (Po) ha dichiarato ad esempio che “il male è sempre opera dei Kaczyński”, che “Lech Kaczyński deve curare il proprio sistema nervoso”, e ha paragonato l’ex capo dello stato al dittatore comunista Gomułka. E i membri del PiS restituiscono il favore ai partiti di opposizione. La deputata Krystyna Pawłowicz eccelle in questo campo: “non basta ingoiare ormoni per diventare donna” (a proposito dell’ex deputata transessuale Anna Grodzka), “quelli che stanno a sinistra in Parlamento sono bestie selvagge”, o ancora “Prego perché l’Ue imploda” sono solo alcuni esempi. Jarosław Kaczyński, dal canto suo, ha berciato a proposito dei fatti di Smoleńsk: “Voi avete distrutto mio fratello, l’avete assassinato, siete delle carogne. Voi avete paura della verità. Siete dei traditori.”

Due realtà parallele, due interpretazioni

Secondo la Piattaforma civica, l’omicidio di Adamowicz è legato ai discorsi intrisi di odio pronunciati dall’attuale maggioranza. Questa convinzione è già stata sostenuta dal partito in occasione dell’omicidio di un assistente parlamentare nel 2010. Ma allora era stato un membro del PiS a farne le spese.

È diffusa la convinzione secondo cui la caccia alle streghe (contro la Po, la sinistra, i giudici, gli omosessuali, gli stranieri e i sostenitori dell’Ue) sviluppata dal partito di Kaczyński crea un clima nel quale è normale che i violenti, sia a livello verbale sia fisico, possano uscirne impuniti se la persona attaccata appartiene a un gruppo preso di mira da Diritto e Giustizia. Così, il governo tollera le marce dell’estrema destra. E ci è mancato poco che l’uomo che ha bruciato in pubblico un pupazzo raffigurante un ebreo sfuggisse alla prigione.

A questo si aggiunge il fatto che i mezzi d’informazione polacchi alimentano questa atmosfera deleteria. Il periodico conservatore wSieci, nel numero attualmente in edicola, sostiene che i giudici sono “una casta pronta a entrare in azione”, raffigurandoli in copertina con in mano dei bazooka. La rivista Do Rzeczy ha pubblicato in prima pagina dei giornalisti di destra con l’armatura. Il titolo: “La Polonia contro l’Impero gay”. Neppure la stampa liberale si mostra sempre esemplare: l'edizione polacca di Newsweek aveva evocato “lo stupro della Polonia”, illustrato in prima pagina con lo stemma polacco distrutto, quando il PiS ha intrapreso le sue controverse riforme nel gennaio 2016.

Naturalmente il PiS ha un’interpretazione completamente diversa dei fatti. Il principale canale televisivo TVP1, sotto il controllo del PiS e vittima di notevoli epurazioni dopo l’arrivo dei conservatori al potere, ha designato Donald Tusk e Jurek Owsiak come i colpevoli di questo clima d’odio che ha portato all’omicidio. Il 13 gennaio, mentre Adamowicz veniva pugnalato, il telegiornale di TVP1 aveva diffuso citazioni fuori contesto in cui Tusk dichiarava ad esempio che i membri del PiS avrebbero “subìto un’estinzione, come i dinosauri”. Owsiak è stato per 25 anni l’organizzatore del Wośp, prima di dimettersi dopo l’assassinio di Adamowicz. Questo popolare personaggio è ritenuto controverso dal PiS, in quanto sostiene valori poco ortodossi e uno stile di vita “decadente”. TVP1 ha quindi approfittato della tragedia per citare due parole del suo intervento (“Paese selvaggio”) per dimostrare il suo presunto coinvolgimento nel degrado del clima politico.

Una popolazione disorientata

Il cittadino polacco medio ha difficoltà a distinguere la verità dalla menzogna in questo contesto in cui la confusione regna. Nel 2005 sono emersi molto chiaramente due campi opposti su tutto, e niente sembra in grado di colmare questo divario. Gli elettori del PiS sono piuttosto anziani, cattolici praticanti, meno istruiti e vivono nell’est del paese, mentre quelli della Po sono generalmente giovani, meno osservanti dei precetti della Chiesa, laureati e abitano per la maggior parte di loro a Varsavia e più vicini alla frontiera con la Germania. Una situazione che spesso vede i membri di una stessa famiglia su posizioni opposte, tra per esempio il nonno di Białystok, convinto del coinvolgimento di Tusk nella tragedia di Smoleńsk, e la nipote che si è trasferita a Varsavia per studiare e lavorare. La politica è dunque raramente evocata in occasione dei pranzi di Natale nelle famiglie multigenerazionali a causa della loro pericolosità.

Eppure i polacchi dovranno prima o poi tornare alla ragione per riuscire ad abbassare la tensione. A cominciare, chiaramente, da politici e giornalisti. Non è sicuro che abbiano capito il messaggio, sebbene abbiano loro stessi insistito su questo punto nei giorni scorso. Notano la pagliuzza dell’occhio dei loro fratelli e non si accorgono della trave che si trova nel loro. Nel frattempo, un altro squilibrato ha chiamato il 112, tre giorni dopo l’omicidio di Adamowicz, dichiarando: “Adamowicz è morto. Tusk è il prossimo sulla lista. Gli sparerò una pallottola in testa”.