Il 10 gennaio il Parlamento europeo dovrà votare il primo piano pluriennale per il Mediterraneo occidentale. Il responsabile dell’Ong Oceana in Europe spiega perché gli europarlamentari dovrebbero adoperarsi per salvare il “Mare Nostrum” dalla pesca intensiva.

Il Mediterraneo è uno mari più importanti  del mondo. L’abbondanza dovuta alla alla varietà di pesce a forte valore commerciale e a una lunga tradizione di pesca artigianale ha sostenuto lo sviluppo commerciale ed economico della regione per millenni. Purtroppo decenni di sfruttamento eccessivo delle risorse ittiche e l’uso smodato di metodi distruttivi come la pesca a strascico, hanno portato alla complicata situazione odierna: una crisi della pesca in piena regola.

Non sorprende dunque che il Mediterraneo sia ufficialmente il mare con il livello di pesca intensiva più alto al mondo: lo conferma un rapporto della Fao pubblicato nel  2018. Sebbene negli ultimi anni si sia assistito a una notevole riduzione della pesca intensiva nelle acque dell’Atlantico, circa il 90 per cento della popolazione ittica del Mediterraneo è ora classificata come “sovrasfruttata”. La pesca nel Mare Nostrum arriva a toccare livelli doppi rispetto a quelli sostenibili e, di conseguenza, questo forte sovrasfruttamento mette a rischio la fauna marina, che rischia il collasso. Questa situazione danneggia direttamente i pescatori e le imprese e tutta l’economia dellecomunità costiere, che dipendono da queste, pur limitate,  risorse naturali.

Di chi è dunque la responsabilità? L’Ue ha la sua parte di colpa, in qualità di pescatore principale per il  volume di raccolta, la dimensione e la capacità della sua flotta di pesca. I governanti dei paesi membri hanno ripetutamente ignorato gli avvertimenti della comunità scientifica quando questa tentava di porre limiti alla raccolta e hanno fallito nell’applicare misure di gestione della pesca, trascurando il controllo e l’applicazione di tali provvedimenti. 

La cosa più preoccupante è che il Parlamento europeo sta cercando di rimandare l’attivazione dell’obbligo di legge ai sensi della Politica comune sulla pesca (Pcp). Il più importante elemento a rischio è che dal 2020 tutti i pesci nell’Unione europea dovranno essere raccolti in modo sostenibile. Per inciso, è lo stesso Europarlamento che ha approvato questo impegno nel 2013, quando è stata riformata la Pcp. 

Andiamo velocemente al al 14 novembre scorso, quando il Parlamento europeo non solo ha ignorato le raccomandazioni scientifiche ma è anche andato in senso opposto agli obiettivi di base della legge europea sulla pesca. Gli europarlamentari hanno votato un piano di gestione pluriennale per il mare Adriatico e hanno scelto di mantenere livelli di raccolta insostenibili per quanto riguarda acciughe e sardine, entrambe ad alto rischio collasso. Un simile piano ha l’intento di gestire le quantità di pesce in un contesto regionale nell’ambito Pcp, aiutando al contempo a evitare la pesca intensiva. Il risultato del voto è stato pubblicamente criticato dal Commissario europeo alla pesca, Karmenu Vella, che ha affermato: “In questo modo si sceglie di mantenere nella regione lo sovrasfruttamento eccessivo della pesca al livello attuale”.

Il prossimo 10 gennaio il Parlamento europeo si riunirà di nuovo per votare il primo piano pluriennale per il Mediterraneo occidentale, zone dove l’80 per cento del pesce proviene da  pesca intensiva. Il nasello e la triglia rossa sono alcune delle specie importanti dal punto di vista commerciale che si trovano nel Mediterraneo. 

In modo simile nel mar Adriatico vari gruppi politici stanno cercando di rimandare oltre il 2020 gli obblighi previsti dal Pcp. Ma il Mediterraneo non può sostenere un ritardo simile.  

I contrari al piano nella regione fanno parte del gruppo del Partito popolare europeo (Ppe) che raccoglie il 25 per cento di tutti i voti nella Commissione parlamentare sulla pesca, e i cui membri sono noti per la loro visione negativa riguardo la sostenibilità, assecondando invece gli interessi economici a breve termine dell’industria ittica.

 Uno scenario di “ordinaria amministrazione”, promosso attivamente dal gruppo del Ppe e dai suoi membri Gabriel Mato Adrover e Carlos Iturgaiz, non è la soluzione alla crisi della pesca del Mediterraneo.Ma anche altri gruppi politici, come l’Efdd (Europa della libertà e della democrazia diretta) attraverso la parlamentare Rosa D’Amato, stanno apertamente difendendo gli interessi del settore ittico italiano.Mentre i Socialisti, il secondo più grande gruppo all’interno del Parlamento, guidato da Clara Aguilera García, restano incredibilmente silenziosi di fronte a questi tentativi di danneggiare la Pcp, dando così il proprio silenzio assenso.

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GSA = Geographical subarea. Fonte: Commissione europea

Il pesce è cibo e costituisce una risorsa pubblica alla quale i pescatori hanno libero accesso. Nel Mediterraneo i pescherecci non sono gestiti secondo un sistema di quote, come in altri mari europei. Con regime di gestione dello sforzo attualmente in vigore (o “giorni in mare”), i pescatori raccolgono tutto quel che possono, arrivando di conseguenza all’odierno problema di sovrasfruttamento delle risorse ittiche. 

I pescherecci del Mediterraneo sono un ottimo esempio che mostra come una gestione inappropriata stia causando una “tragedia dei beni comuni”, che danneggia non la vita marina, ma anche la nostra esistenza. Politiche prive di lungimiranza, sostenute da europarlamentari concentrati sulla propria rielezione, stanno oggi impedendo alle future generazioni l’accesso alle risorse ittiche. Se ciò dovesse continuare, la prossima generazione non conoscerà mai il gusto del nasello, della rana pescatrice e del branzino pescati del Mediterraneo. 

La speranza è che il Parlamento europeo dimostri il proprio impegno nel rispettare la legge comunitaria e la scadenza sempre più vicina del 2020 per fermare la pesca intensiva, nell’interesse superiore del mar Mediterraneo e della democrazia nell’Unione europea.