Sulla scia della Brexit, alcuni ricercatori si sono concentrati sull’analisi dei motivi che potrebbero portare i cittadini di uno Stato membro a uscire dall’Unione europea. La risposta? Potrebbe succedere anche altrove.

Partiamo da un dato: nel 2016 l'opinione pubblica britannica non era così tanto contraria all’Ue. Anzi, in quel periodo il tasso di rifiuto verso l’Unione era più altro in altri sette Stati membri.

Questo può essere letto in un processo che mostra l'aumento di popolarità per i partiti che fanno propaganda contro l'integrazione europea. Tra il 2000 e il 2018 il sostegno a livello europeo per partiti fortemente anti-integrazione è aumentato dal 10 al 18 per cento mentre, nello stesso periodo, i partiti più moderati, ma comunque contro una maggior integrazione hanno ampliato la propria base di voto dal 15 al 26 per cento.

Nel 2004, quando è avvenuto il grande allargamento a est, solo il 28 per cento della popolazione dichiarava di non avere fiducia nell’Ue. Questa percentuale è aumentata fino al 47 per cento fino al 2012, ed è poi scesa al 39 per cento nel 2018. In questo periodo la sfiducia verso l’istituzione è cresciuta di almeno il 20 per cento in 9 stati membri. In Grecia, anche a causa della crisi economica, questo aumento è stato di 48 punti percentuali: ancora oggi i due terzi dei Greci ancora non si fidano dell’Unione. La Danimarca si trova, invece, dal lato opposto della classifica.

Su richiesta della Direzione generale della Politica regionale della Commissione europea è stata effettuato uno studio globale, che ha prodotto una mappa dell'insoddisfazione nell’Ue a partire dai dati delle elezioni nazionali degli ultimi anni. L’analisi si è basata su un totale di oltre 63mila circoscrizioni. I risultati delle elezioni sono stati categorizzati in base a quanto la retorica di un partito poteva essere considerata anti-integrazione, e poi confrontati con il numero di voti ottenuti dal partito.

Cliccando sull’immagine è possibile accedere alla mappa interattiva delle circoscrizioni elettorali europee pubblicata dalla Commissione europea.

Per quanto riguarda la questione “europea”, i partiti che si oppongono fortemente all’integrazione hanno ottenuto almeno il 25 per cento dei voti in tre paesi: Austria, Danimarca e Francia. Quando, invece, i ricercatori hanno analizzato i partiti che si oppongono entro un certo limite all’integrazione – includendo quindi anche l'Ungheria, con il partito di governo Fidesz – i dati mostrano che più della metà degli elettori si opponevano a una più forte cooperazione comunitaria in quattro paesi: Grecia, Ungheria, Regno Unito e Italia. Al contrario, questo fenomeno è quasi sconosciuto in Croazia o nei Paesi baltici, dove questi partiti hanno raccolto meno del 5 per cento dei voti.

Grazie alla particolarità dell'analisi, possiamo anche estrapolare le regioni in cui l'Unione europea è meno apprezzata. Queste regioni includono: il sud della Danimarca, il nord Italia, l’Austria meridionale, la Germania orientale, l’Ungheria orientale e il sud del Portogallo. Se prendiamo, invece,in considerazione i partiti moderatamente euroscettici, Grecia, Ungheria e Italia rientrano quasi interamente in questa categoria.

Uno dei grafici mostra molto chiaramente che mentre solo il 37 percento degli ungheresi non si fida dell'Ue, il 65 per cento della popolazione (la percentuale più alta in tutta l'Unione europea) ha votato per un partito che in qualche modo si oppone ad un'ulteriore integrazione.

Sono già stati svolti diversi studi su come identificare i partiti anti-Ue, populisti ed euroscettici, e i concetti emersi sono generalmente utilizzati per descrivere coloro che si oppongono a una più profonda integrazione dell'Ue.

Si tratta di formazioni che condividono una retorica simile, si sentono di rappresentare la "gente" che si rivolta contro le "élite". A rafforzare questa convinzione giungono in aiuto i partiti populisti che spesso usano il termine "noi" contrapposto a "quelli", "loro" o "gli altri". A prescindere dal fatto che il partito sia a destra o a sinistra, la campagna contro gli "anonimi burocrati di Bruxelles" è un tema ricorrente. Anche l'euro è un obiettivo comune. Sulla base dei risultati delle recenti elezioni nazionali, i partiti fortemente populisti hanno ricevuto il 9 per cento dei voti a livello europeo. Se si aggiungono i partiti meno euroscettici, ma comunque populisti, il tasso sale al 23 per cento.

La ricerca ha fornito un ritratto degli elettori dei partiti populisti: si tratta di persone più anziane, poco istruite e con redditi più bassi, persone che spessosono rimaste escluse dall’economia “moderna” e non sono in grado di identificarsi con una visione del mondo liberale e multiculturale.

I ricercatori sottolineano che l'istruzione è uno dei fattori che porta a votare contro l'attuale status quo.

E, naturalmente, la minaccia della migrazione è presente nell’agenda populista perché si ritiene che questa porterà a una perdita di posti di lavoro o alla presunta “sostituzione etnica”. Così, le preoccupazioni riguardo all’incertezza economica incontrano le paure a livello culturale.

Per riassumere: lo studio ha individuato sette condizioni che, potenzialmente, portano a votare contro l'integrazione dell'Ue: densità di popolazione, distanza dalla capitale, la situazione economica (Pil/persona), il tasso di occupazione, l’età, il livello di istruzione, la migrazione netta (il numero di persone che si muovono dentro e fuori dalla regione).

I risultati della ricerca confermano le principali ipotesi, ma non tutte. Gli abitanti di aree in cui la crescita economica è al di sopra della media a lungo termine sono meno propensi a votare a favore di partiti contro l'integrazione dell'Ue che, al contrario, hanno maggiori possibilità di essere supportati da persone che vivono in regioni a bassa densità abitativa.

L'invecchiamento e la migrazione netta sono molto meno importanti rispetto alla recessione economica. Sembra, inoltre, che i voti contro lo status quo non siano in alcun modo collegati alle regioni con gli abitanti più poveri. In realtà, le regioni più ricche sono più propense a votare per i partiti populisti. La ricerca ha anche dimostrato che i residenti delle zone più vicine alla capitale sono più propensi a votare contro l'integrazione.

Per riassumere: i populisti possono sperare di ottenere più elettori nei luoghi in cui c’è una relativa flessione economica, un livello d’istruzione inferiore e ci sono meno opportunità di lavoro e un PIL pro capite basso; le regioni più ricche sono più propense a votare a favore degli euroscettici rispetto alle aree povere.

La migrazione non il tema più importante quando si tratta di votare, come invece i partiti populisti vogliono suggerire. Le regioni con grandi flussi di popolazione in entrata e in uscita sono meno anti-europee. C’è una circostanza importante che potrebbe spiegare la peculiarità del caso ungherese: i partiti che, in misura maggiore o minore, sono contrari al processo di integrazione europea possono aspettarsi un significativo numero di voti da persone contro l’immigrazione. E c’è un risultato più interessante: gli anziani non sono affatto anti-integrazione.

Sulla base di quanto sopra, gli autori dello studio suggeriscono all'Unione europea di cercare di affrontare i problemi territoriali, ovvero di concentrarsi sulle regioni che sono particolarmente colpite dal declino della produzione industriale e dalla fuga di cervelli; inoltre un altro punto importante è la comprensione della situazione della classe media, incastrata in una condizione che non permette di migliorare il proprio status sociale.

Questi sono alcuni dei principali motivi per l’insoddisfazione verso l'Ue. Si tratta di fattori che non solo minacciano l'integrazione europea, ma anche la stabilità economica, sociale e politica, la pace e la prosperità che, al contrario, l’Unione ha garantito per il il periodo più lungo nella storia del continente.