"Consapevole del suo patrimonio spirituale e morale, l'Unione si fonda sui valori indivisibili e universali della dignità umana, della libertà, dell'uguaglianza e della solidarietà; essa si basa sul principio della democrazia e sul principio dello Stato di diritto. Pone la persona al centro della sua azione istituendo la cittadinanza dell'Unione e creando uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia…"

Così è scritto nell’incipit della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea che dal 1 dicembre 2009 con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona ha lo stesso valore dei Trattati.

A dieci anni di distanza da quella data ci si può però ragionevolmente chiedere se questo riorientamento delle politiche europee in funzione delle persone e dei cittadini ha davvero avuto luogo o se l’Unione europea non continui soprattutto ad essere un grande mercato dove gli attori sono gli operatori economici o i consumatori ma non i cittadini e il sistema di governo sovranazionale non sia più interessato a favorire gli interessi delle amministrazioni nazionali anziché di quelli dei cittadini e delle persone come richiede la Carta.

Il rapporto dell’Unione Europea con i cittadini europei continua così a essere filtrato dalle amministrazioni nazionali che nella maggior parte dei casi si assumono il merito delle avanzamenti dovuti al diritto europeo mentre attribuiscono a Bruxelles la responsabilità esclusiva delle scelte che risultano impopolari.

Questo atteggiamento è purtroppo accettato dalle istituzioni europee e dalla Commissione in particolare, anche se esso non solo contravviene all’obbligo di cooperazione leale fra Stati Membri e Unione (Articolo 4.3 del Trattato sull'Unione europea – TUE) ma mina quotidianamente ormai da decenni la fiducia dei cittadini nella costruzione europea.

Purtroppo la deformazione quasi sistematica della realtà da parte di molti Governi nazionali si accompagna a una politica legislativa in sede europea sempre più timida quando non recessiva che di fatto limita la portata potenziale dei diritti fondamentali e di cittadinanza dei cittadini europei. Si pensi alle difficoltà che da 11 anni incontra la proposta di direttiva antidiscriminazione che mira a mettere in opera il principio di uguaglianza fra cittadini europei. Questi infatti dovrebbero beneficiare "… di uguale attenzione da parte delle sue istituzioni, organi e organismi" (Art. 9 del TUE), fanno tuttora fatica a seguire il processo decisionale ed amministrativo europeo per non parlare del percorso ad ostacoli che costituiscono i ricorsi amministrativi o giurisdizionali e le rare eccezioni nel diritto europeo che ammettono dei ricorsi collettivi.

Non deve quindi sorprendere la delusione dei cittadini europei anche quando riescano a documentarsi sulla legislazione europea, in pochi seppur importanti settori come l’ambiente, la tutela dei consumatori o la ricerca.

Molto avviene tutt’oggi come se l’Unione Europea fosse ancora prevalentemente un grande mercato e non un nuovo soggetto politico che trae la propria legittimità e ragione d’essere proprio dei propri cittadini (art 10 del TEU).

La delusione dei cittadini è tanto più significativa quando si indirizza al Parlamento europeo che è l’istituzione che li rappresenta direttamente. Quest’ultimo dopo il Trattato di Lisbona è di fatto e di diritto sullo stesso piano del Consiglio nella maggior parte delle politiche europee, ma sembra aver perso lo slancio e la determinazione che aveva dimostrato nei primi dieci anni dell’istituzione della procedura di co-decisione (1994-2004) e accetta un ruolo di fatto ancillare del Consiglio e della stessa Commissione di cui dovrebbe essere lo stimolo e il controllore. Così facendo abdica di fatto al proprio ruolo e diventa di fatto complice dell’inerzia delle altre istituzioni. In questo modo però rischia di perdere la fiducia non solo dei cosiddetti euroscettici ma anche degli ex-euroentusiasti che potrebbero abbandonarlo con una partecipazione ancora più bassa alle prossime elezioni europee.

Di qui l’importanza di promuovere al più presto delle iniziative che rafforzino l’interazione diretta fra cittadini e istituzioni dell’Unione ed in particolare quella che li rappresenta direttamente oltre alle Istituzioni, Agenzie e organismi che possono esercitare una funzione di controllo e stimolo dell’UE e i suoi Stati membri.

In questo senso anche la proposta di una radicale riforma del Consiglio dell’Unione che dovrebbe trasformarsi in un Senato europeo, ovvero in una istituzione che lavori in modo continuativo, i cui membri siano riconoscibili dai cittadini europei, i cui dibattiti siano aperti, una istituzione in poche parole a tutti gli effetti politica e non più burocratica.

Del pari vanno promosse una serie di riforme che rafforzino sia la trasparenza dei processi decisionali dell’Unione, sia la partecipazione a questi dei cittadini europei e della società civile.

È in questo spirito che proponiamo a tutti i cittadini e a tutte le forze politiche che auspicano un rafforzamento dell’Unione una serie di riforme concrete puntuali qui declinate in forma di petizione al Parlamento europeo.