"L'Europa riuscirà a resistere e a non disintegrarsi?” È su questa domanda, che mi ha fatto di recente un amico palestinese di Gaza di passaggio a Roma, che è cominciato il nuovo anno. Molto probabilmente i cittadini dell'Unione non si sono resi conto del cambiamento radicale che la partenza del Regno Unito implica per il destino del continente e agli occhi del mondo. Per la prima volta l'Europa invia il temibile messaggio che il processo di integrazione è reversibile.

Il 2020 comincia di fatto a ventisette, in particolare perché le società europee non sono state in grado di stare al passo con la storia, per dimostrare che esiste un popolo europeo e che la Brexit non era una questione solo britannica ma comunitaria. Non sono state in grado di mostrare la loro solidarietà, di mobilitarsi con i Remainers (che sono ora in maggioranza nel Regno Unito, in particolare tra i più giovani) per esprimere la loro volontà di difendere, preservare e anche approfondire il progetto comune.

Ascoltiamo ancora una volta questo intellettuale palestinese che ci dice che, vista da Gaza "l'Europa rappresenta la vita, la democrazia e la cultura"; insomma, è un modello, un'ancora e un luogo di speranza per milioni di persone in tutto il mondo.

In un momento in cui le spettri mortiferi sono all'opera in Medio Oriente, in cui l'Australia brucia sotto gli effetti del cambiamento climatico, in cui l'Asia è in preda, (tranne rare eccezioni) a regimi nazionalisti o totalitari, il 2020 si apre con una cocente sconfitta per l'Europa, con i governi nazionali che si consolano frettolosamente con il fatto che la Brexit non ha portato immediatamente a una cascata di defezioni. O che, qualche mese prima, i partiti estremisti non hanno trionfato alle elezioni europee.

Senza dubbio quest'anno il futuro si deciderà a Washington. Una rielezione a novembre di Donald Trump, che, insieme a Vladimir Putin e a Xi Jinping, lavora quotidianamente per la disintegrazione dell'Ue, rischia di rivitalizzare i partiti nazionalisti in Europa e di alimentare le tendenze centrifughe. Queste rischiano di rendere impossibili i compromessi che sono la norma nell'Unione dal 1957. "L'Europa è come la bicicletta: se non va avanti, cade", diceva l’ex presidente della commissione europea Jacques Delors. Ma il progresso è sempre più difficile perché comporta scelte radicali, se non addirittura esistenziali.

La crisi economica e del debito dell'ultimo decennio ha dato origine a nuovi strumenti comunitari. Ma sono ancora estremamente fragili e, allo stato attuale, probabilmente non sopporterebbero un altro shock finanziario. Né il disimpegno degli Stati Uniti (ancor prima che Donald Trump salisse al potere), né le provocazioni russe, e neppure la Brexit hanno prodotto balzo in avanti necessario per adattare l'Europa alla nuova situazione globale e proteggerla dalle sfide contemporanee, siano esse geopolitiche, economiche, migratorie o climatiche.

In questo contesto, la Conferenza sul futuro dell'Europa, che dovrebbe iniziare a febbraio e durare due anni, è indispensabile e irrisoria allo stesso tempo. Essenziale perché non tentare di rilanciare una dinamica in Europa sarebbe un suicidio. Derisoria, perché ciò che manca all'Ue non sono le linee guida o le raccomandazioni che potrebbero uscire da un'assemblea sul futuro dell'Europa, ma il coraggio politico dei leader nazionali per promuovere quella che molti di loro sanno essere l'unica soluzione a lungo termine: una vera federazione europea che potrebbe trovare la sua forma istituzionale attraverso la costituzione di una Repubblica federale.

Per il momento tuttavia i governi tedesco e francese hanno limitato il quadro delle discussioni della futura conferenza alla questione della nomina dei leader europei. Gli eurofili più ottimisti sperano che l'assemblea permetta almeno di introdurre la regola della maggioranza semplice per le decisioni prese in seno al Consiglio europeo, che sarebbe innegabilmente un grande passo avanti ma che presenta un grande pericolo: senza la legittimità democratica riconosciuta a questo organismo, le popolazioni dei Paesi che si vedrebbero imporre decisioni a maggioranza rischierebbero di nutrire un forte risentimento nei confronti di "Bruxelles".

Non ci sarà futuro in Europa senza un governo federale e un parlamento pienamente legittimato dal voto democratico dei cittadini europei. Spetta più che mai alla società civile europea far sentire la propria voce nell’agorà pubblica e tra i rappresentanti politici, affinché non si accontenti di compromessi economici, insoddisfacenti e inefficaci.

Il futuro dell'Europa dipende esclusivamente dalla comprensione del fenomeno che segna il suo ingresso nel 2020. Brexit è nato da una semplice proposta, quella rielaborata da Boris Johnson di "Take back control". Tagliando i legami con Bruxelles, a qualsiasi costo, il Primo Ministro britannico è riuscito a vendere l'illusione che i rappresentanti politici degli Stati nazionali europei abbiano ancora gli strumenti di potere e la capacità d'azione in un mondo globalizzato. È solo ripristinando la forza del potere pubblico in Europa che l'UE non riuscirà a tenere i suoi cittadini da Parigi a Roma, da Berlino a Bucarest e persino fino a Gaza lontano dalla disperazione.