Negli ultimi tempi li si vede ovunque per le strade tedesche, sorridenti sui loro manifesti. Lui ha l'aria gradevole e calorosa, lei è più scherzosa. Guardateli: siamo felici di rappresentare la media, sembrano dirci; potremmo vendervi caffè decaffeinato o qualunque altra cosa che sia sinonimo di gioia di vivere e di moderazione, di fiducia e di comfort.

Difficile immaginare che si tratta di manifesti elettorali. Sembra assurdo che riguardino un paese in crisi. Chiunque si interessi alle elezioni in Germania non potrà non ricordare quella frase di oltre un secolo fa pronunciata da un ministro prussiano alla fine di una battaglia persa: "La calma è il primo dovere di un cittadino". Nel frattempo però questa virtù è diventata il primo dovere della classe politica. La calma dopo la battaglia, prima della battaglia, durante la battaglia?

Don't worry, be happy

Il trauma della crisi economica mondiale è stato assorbito, grazie soprattutto all'abilità dei governanti. Ma gli artefici di questo risultato ci danno l'impressione che un po' di esperienza basterebbe per superare qualunque crisi. Il duello televisivo tra due potenziali cancellieri si svolge secondo regole precise, come un minuetto. Ma se in primo piano regna il controllo di sé, sullo sfondo domina la paura. La paura di uscire dal proprio ruolo, di dire qualcosa di sconveniente, la paura di qualunque forma di imprevedibilità. Forse per questo paese sarebbe meglio sostituire il proprio inno nazionale con Don't worry, be happy.

In privato un ministro si lascia andare: non bisogna lamentarsi dell'assenza di pathos, dell'inerzia del movimento politico. Dopo la seconda guerra mondiale, la Germania è riuscita a rimettersi in sesto grazie proprio a questi elementi di controllo reciproco, di obbligo al consenso. Il federalismo, i sindacati e le associazioni hanno contribuito a fare in modo che tutto si svolgesse molto gradualmente. È quello che vogliono i tedeschi, continua il ministro. La grande inflazione del 1923, il disastro della repubblica di Weimar, due guerre mondiali, tutto ciò si è fatto sentire. Meglio riflettere in modo calmo su tutto. E per favore, niente decisioni avventate.

Né pathos né virtù

La Grande coalizione sembral'incarnazione di tutte queste virtù. Purtroppo però ha dimostrato i suoi difetti: dopo l'intervento di pronto soccorso dell'autunno scorso, la cura del paziente non è più una questione di consenso, ma di convinzione.

Nell'apparato dei grandi partiti si favorisce lo sviluppo delle competenze in un determinato settore e la capacità a uniformarsi all'organizzazione. Tra i più alti responsabili è difficile trovare pathos, virtuosità, umorismo, presenza di spirito, convinzioni appassionate o concessioni alle esigenze individuali. Nei dibattiti politici ci si sforza inevitabilmente di salvare capra e cavoli (tagli duri per tutti ma garantendo una politica assistenziale; un pizzico di ecologia, senza ovviamente compromettere la crescita convenzionale; un po' di guerra, ma quasi per distrazione). In perfetta sintonia con la letargia degli elettori, che soprattutto non devono sapere che questa elezione potrebbe portare a un "cambiamento di rotta".

E il dibattito?

Un parere che si può, giustamente, non condividere. Per gli elettori di oggi l'inflazione degli anni venti, il caos della repubblica di Weimar e l'epoca nazista appartengono ai libri di storia. L'ingiustizia brutale nella distribuzione del benessere e della sicurezza, la distruzione della natura, la pauperizzazione di intere regioni del mondo e, infine, l'abbandono dei più poveri in Germania, abbandonati nell'apatia, sono queste le cose che preoccupano davvero. Una preoccupazione alimentata dalla paura che qualche piccolo miglioramento permanente, un'ostinazione a continuare non siano la vera risposta al problema. Quando la Opel viene salvata, non è solo la Opel che è in gioco, ma anche moltissime piccole e medie imprese. Impossibile dire il contrario. Ma un sentimento di fastidio sussiste: le automobili sono veramente il nostro futuro? A quando una discussione di fondo sulla crescita e sull'ecologia, sulla definizione del lavoro, sulla partecipazione nella società? Quando, se non ora? Una discussione che si svolga là dove deve aver luogo, in parlamento e nei grandi partiti?

L'austero Adenauer ci aveva avvertiti alla fine degli anni Cinquanta. Oggi lo slogan è sempre lo stesso, ma sembra suonato da un organetto. Adesso non è più il momento di tentare nuove esperienze. La grande finanza fa come se non fosse successo nulla. Le calotte glaciali continuano a sciogliersi. E nel frattempo la politica mette in scena un atto amministrativo di interesse generale.

Fa parte della natura umana provare più paura per gli scippatori che per il buco dell'ozono. Ma per quello che rischia di succedere dopodomani non disponiamo di alcuno strumento. Solo il sapere e la ragione collettiva, trasformati in atti concreti, possono aiutarci. E questo è quello che chiamiamo politica.