Accidia

GRECIA – La colpa è di Angela Merkel, dicono. Se l’Europa è in difficoltà è a causa dell’insensibilità tedesca. Queste le spiegazioni che i tabloid danno della crisi in corso in Grecia, questi gli slogan dei manifestanti e dei leader populisti. Il problema non è originato dall’indebitamento dei greci, bensì dal fatto che gli stranieri li richiamano all’ordine, li incalzano ad agire, fanno loro la morale. Reagendo in questo modo, però, negano l’evidenza a loro stessi e mentono all’Europa.

Si resta davvero colpiti dall’autoindulgenza dei greci. Chi sono i responsabili delle attuali ristrettezze? Di una società indebitata, di gente persuasa che l’Europa sarà sempre sufficientemente ricca da correre in aiuto della repubblica ellenica? Le multinazionali, che si aggrappavano ai propri privilegi. I ferrovieri del settore pubblico, che ricevevano stipendi mirabolanti col favore di complicate griglie salariali. Le famiglie, che si mettevano in tasca le pensioni dei loro cari ormai defunti. I rappresentati politici, che assumevano nipoti e parenti dei loro elettori. I nipoti e i parenti di questi ultimi che si facevano assumere. I media ateniesi parlano di tutto questo, naturalmente. Quello che manca, tuttavia, è l'esplosione di una grande collera catartica contro questi greci.

Ad Atene i populisti tagliano i panni addosso ad Angela Merkel, ma sono assai più clementi nei confronti dei responsabili locali dell’attuale situazione, perché preferiscono inveire contro uno spaventapasseri lontano che far pulizia in casa propria. È da questa debolezza, da questa incapacità di fare autocritica che nasce la vera crisi greca. Michael Thumann

Occultamento

SVIZZERA – Le somme di denaro nascoste solo colossali. Talmente colossali che dovrebbero far spalancare gli occhi ai responsabili politici europei. Soltanto in Svizzera i privati – in gran parte europei – tengono nascosti 1.560 miliardi di euro. Altri 1.400 li hanno occultati in Gran Bretagna, per lo più nelle isole della Manica; 440 in Lussemburgo, 78 nel Liechtenstein. Tutti questi paesi sono complici di evasione fiscale: prelevano le ricchezze delle altre nazioni e campano di interessi. Come reagisce l’Europa? Invece di indignarsi con una voce sola, le capitali europee considerano queste pratiche scandalose alla stregua di vecchie tradizioni, di affari diplomatici.

Per quanto riguarda il Liechtenstein e la Svizzera, sono pochi i paesi – tra essi c’è la Germania – che hanno voluto firmare accordi per una duplice ingiunzione: l’idea è che una parte dei debiti fiscali sia rimborsata al paese d’origine dei capitali per mezzo di un’imposta forfettaria. Questo criterio compromette il progetto della Commissione europea di instaurare scambi automatici di informazioni miranti a rintracciare gli evasori, progetto respinto anche dal Lussemburgo. Quel medesimo Lussemburgo che predica così volentieri la solidarietà europea. Peer Teeuwsen

Avarizia

GERMANIA – Può mai esistere un’Europa nella quale un paese esporta e ne trae vantaggi mentre gli altri consumano e si indebitano? I tedeschi sono orgogliosi delle loro esportazioni, che dimostrano quanto sia performante la loro economia. Ma quando un paese vende all’estero più di quanto non compri in patria, nascono problemi per tutti. Quest’anno le esportazioni tedesche verso i paesi dell’Ue hanno prodotto un’eccedenza di 62 miliardi di euro. Questo significa che le merci prodotte in Germania non sono scambiate con merci prodotte all’estero, ma sono per così dire consegnate a credito. L’Europa del sud si indebita nei confronti dei tedeschi per comperare prodotti made in Germany. In altri termini, la ricchezza dei tedeschi dipende interamente dall’indebitamento dei paesi vicini. E chi sono i primi a lamentarsi di tali debiti? Proprio i tedeschi.

Un giorno o l’altro i debitori correranno il rischio di fallire e i creditori dovranno ritoccare al ribasso le loro esigenze di rimborso. In questi ultimi anni la Germania ha accumulato circa mille miliardi di euro in beni esteri, e il giorno in cui il sud d’Europa non sarà più in grado di pagare dovrà dire addio a buona parte di quei soldi.

Da qui nascono le dichiarazioni della cancelliera, che vuole che tutti diventino come i tedeschi. In altre parole, i paesi in questione dovrebbero esportare più di quello che importano, abbassare i loro stipendi e imparare a gestire i consumi. Più facile a dirsi che a farsi. Se tutti quanti si mettessero a vendere soltanto, non ci sarebbe più nessuno che comprerebbe. E l’economia segnerebbe il passo. Se gli europei non vogliono inondare il resto del mondo dei loro prodotti – cosa che il resto del mondo non lascerà loro fare – occorre dunque raggiungere un certo equilibrio all’interno della stessa Ue. Gli italiani dovranno stringere la cinghia, e i tedeschi spendere di più. Mark Schieritz

Gola

SPAGNA – "Non svuoterai di pesci il mare dei tuoi vicini” potrebbe essere uno dei nuovi comandamenti europei, seguito da: “I tuoi agricoltori non vivranno più in costante dipendenza dei sussidi europei”.

Per il periodo 2007-2013 il settore spagnolo della pesca si è visto allocare oltre un miliardo di dollari (767 milioni di euro) da Bruxelles, ovvero molto più di qualsiasi altro paese dell’Ue. Dato che le acque europee sono ipersfruttate, la Spagna manda le proprie flotte di pescherecci ultramoderni davanti alle coste del Senegal o della Mauritania, non lascia granché ai pescatori locali e supera le quote di mercato convenute.

Bisognerebbe perseguire i responsabili e firmare accordi per la pesca tra l’Ue e i paesi africani, ma il governo spagnolo si oppone da tempo. Allo stesso modo è indispensabile una nuova riforma del sistema europeo dei sussidi all’agricoltura: oltre 50 miliardi di euro lasciano ogni anno le casse di Bruxelles per andare a finire nelle tasche degli agricoltori europei. La maggior parte di tali sussidi va direttamente a loro, che così possono mantenere la propria competitività in un settore di forte concorrenza che ricorre spesso al dumping. Nel frattempo, buona parte della carne, dei latticini e delle verdure a basso prezzo di Spagna, Italia, Francia e Germania inonda i mercati africani.

Gli esportatori sostengono che è un bene per i poveri. Il fatto, però, è che la produzione locale di beni di consumo di paesi come Ghana, Camerun o Costa d’Avorio crolla, e in caso di abbassamento dei prezzi agricoli di base questi paesi non possono più permettersi di importare latte in polvere, pollame o cereali dall’Ue.

Se ciò dovesse poi sfociare in una vera e propria crisi alimentare, questi stessi paesi potrebbero sempre contare sull’Europa: in termini di aiuti umanitari, infatti, l’Ue è la prima donatrice al mondo. Andrea Böhm