Le crisi sorprendono. Ma ancor più dovrebbe sorprendere la somiglianza dei comportamenti che le provocano. Così frequente è il loro ripetersi che la saggezza popolare ne ha cristallizzato lo schema in favole e novelle. Chi rileggesse con gli occhiali del presente la nota favola dei tre porcellini e del lupo cattivo vi ritroverebbe antefatti e conseguenze della crisi dell'euro: la crisi dell'euro raccontata ai bambini.

La creazione dell'Unione monetaria ha lasciato i paesi che avevano deciso di aderirvi liberi di adattare le strutture portanti della propria costruzione sociale ed economica (istituzioni e infrastrutture) alle sfide poste dalla moneta unica. L'illusione – largamente condivisa fino al 2007 (primo grafico in alto) – che la moneta unica avesse eliminato con il rischio di cambio e d'inflazione anche il rischio di credito ha indotto a non raccogliere tali sfide, rinviando sine die qualsiasi scelta di lungo periodo che nel breve potesse risultare impopolare. Oggi che, a distanza di oltre un decennio dalla costituzione della moneta unica, il lungo periodo si è fatto breve il soffio della crisi ci mostra chi abbia fatto miglior uso del tempo a propria disposizione.

La favola offre dunque una facile metafora della crisi – il lupo cattivo – e delle sue cause – il comportamento dei tre little pigs (sic!). Ma essa è anche ricca di spunti sottili e di una morale non scontata, che vale la pena di esplorare in maggior dettaglio. Il primo spunto è quello delle multiformi sembianze dell'imprevidenza – la casa di paglia e quella di legno – e di come l'indebolimento della costruzione economica e sociale sia un risultato cui si può giungere per strade diverse. Il secondo spunto è che non bisogna confidare eccessivamente nella prudenza e nella previdenza: non basta la casa in mattoni, a mettere al riparo dal lupo se questo sa introdursi dal camino. E infine la morale: senza astuzia e lungimiranza – il pentolone predisposto ad accogliere il lupo al fondo del camino – neanche le costruzioni sociali più solide sono sicure.

Le società più fragili – di paglia – sono quelle dove è mancato il rafforzamento della competitività, della crescita e, con esse, della coesione sociale. Negli anni che ci separano dalla creazione dell'euro Italia, Portogallo e Spagna hanno accumulato una perdita di competitività nei confronti della Germania rispettivamente di circa 9, 12 e 19 punti percentuali (grafico due). I privilegi corporativi – fortemente rappresentati nei rispettivi parlamenti e governi nazionali – hanno impedito l'attuazione di riforme che avrebbero intaccato alcune posizioni di rendita beneficiando la collettività. Dove le rendite hanno prosperato, la competitività ne ha risentito e così la struttura produttiva e i conti con l'estero. Il mantenimento del benessere ha richiesto crescenti disinvestimenti della ricchezza e sono cresciute le disuguaglianze sociali.

Ugualmente fragili – di legno – sono anche le società che hanno lasciato crescere oltre misura il debito pubblico e privato. Emblematico è il caso dell'Italia e del Belgio, che nel 1999 condividevano il più elevato rapporto tra debito pubblico e Pil (113%) dell'eurozona (terzo grafico). La cospicua riduzione dei tassi d'interesse resa possibile dall'adozione dell'euro ha consentito consistenti risparmi in conto interessi che i governi del Belgio, a differenza di quelli italiani, hanno devoluto all'abbattimento del debito piuttosto che al finanziamento della spesa corrente. Alla fine del 2010 il debito belga – nonostante la crisi – era sceso al 100 per cento del Pil, mentre quello italiano era cresciuto a 118. Quei 18 punti di differenza, conseguibili dieci anni fa con il semplice mantenimento della spesa pubblica ai livelli pre-euro, richiederebbero oggi una manovra di 290 miliardi (circa sei volte quella approvata dal parlamento nell'estate).

Nel cartone animato il fine è lieto: anche chi ha costruito la propria casa di paglia o di legno si salva dal lupo cattivo grazie all'ospitalità del fratello più lungimirante ed astuto. Abbiamo descritto le varie forme di previdenza e d'imprevidenza. Ma chi è il lupo? Cosa ne risveglia l'appetito? E quale forma di astuzia può renderlo inoffensivo?

Il lupo della favola è ciò che si ottiene quando si nega un pericolo manifesto e conclamato. Ha le fattezze di una forza esterna – nel nostro caso la speculazione – ma non è altro che la conseguenza del rifiuto a prendere atto della realtà (in inglese denial). Un diniego che, se troppo esteso nel tempo, provoca l'accumularsi di squilibri sempre più difficilmente controllabili. Il lupo (la speculazione) è quindi tanto più pericoloso quanto più duraturo è il disconoscimento della realtà da parte di una società o di una classe politica.

Ma è nella sequenza degli eventi che la favola si fa illuminante, ricordando come una volta che l'imprevidenza degli imprevidenti abbia svegliato l'appetito del lupo (la speculazione) neanche la previdenza basti più a proteggere i previdenti. Conferma ne sono i segni di contagio che in questi giorni neppure il comportamento virtuoso dei paesi continentali nordeuropei basta più a fugare.

Ecco dove subentra l'astuzia. Nel riconoscere che l'impegno dei più forti non può limitarsi a un dovere civico di assistenza ma deve assumere i connotati della mobilitazione di emergenza. Non può essere il senso civico del contribuente tedesco/finlandese o austriaco a stabilire la dimensione del fondo salva stati (Efsf) o le responsabilità della Bce in tema di stabilità finanziaria. È l'astuzia che deve motivare interventi di natura eccezionale, tali cioè da costituire una minaccia credibile – da "scottare" nel linguaggio della favola – la speculazione e da porla in fuga. Solo se gli imprevidenti diverranno previdenti e i previdenti astuti – ci dice la favola -anche per i paesi di Eurolandia ci sarà il lieto fine e per l'euro un futuro duraturo.