Il treno esce ad andatura ridotta da una galleria e si arresta stridendo in una splendida stazione, decorata con piastrelle del 1896. La linea 1 della metropolitana di Budapest è la più antica al mondo dopo quella di Londra.

Non molto distante da lì, in una tipica casa del XIX secolo un signore è seduto in una stanza, in attesa. È alto, indossa un maglione grigio, ha i capelli tagliati corti e si chiama Peter Konya. Ha 42 anni e negli ultimi tempi il suo nome è evocato in Ungheria con crescente rispetto.

Tutti hanno la sensazione che il loro paese sia sull’orlo di un abisso. Dopo aver vissuto molti anni a credito, e a distanza di 20 mesi dall’inizio del mandato di Viktor Orbán, l’Ungheria rischia di andare incontro alla bancarotta e a disordini politici.

Lo stesso Konya non si trova particolarmente a suo agio in questo quartiere dell’ex borghesia ungherese. È il nuovo leader del movimento "Solidarietà", che difende gli interessi della popolazione impoverita. "I sindacati ci hanno offerto temporaneamente queste stanze", spiega il suo interprete e collega János Boris, 68 anni. "Noi stessi siamo rimasti senza null’altro che le nostre energie e l’entusiasmo per la causa".

La “causa” di cui parla è andata ingigantendosi a velocità sorprendente. All’inizio di gennaio hanno organizzato le manifestazioni più importanti che si siano mai svolte a Budapest dal 1989: secondo alcune stime avrebbero partecipato almeno cinquantamila persone. "Abbiamo fatto qualcosa di radicalmente nuovo invitando i partiti democratici dell’opposizione", aggiunge Boris, che insieme ad altri attivisti sta cercando di tenere sotto controllo la crescente opposizione al governo di Orbán e di portarla sotto il patrocinio di un’associazione denominata Emd (“Un milione per la democrazia”).

Solidarietà non è un movimento civico come tutti gli altri: "Sì, abbiamo preso a modello il movimento polacco Solidarnosc", dice Konya, la cui popolarità è in rapida ascesa. Il movimento è nato quando il governo di Orbán ha iniziato a tagliare gli stipendi di insegnanti, soldati, vigili del fuoco e agenti di polizia. "Abbiamo fondato Solidarietà a settembre: volevamo fosse un movimento politico. I sindacati ci appoggiano, anche se non si sono uniti alla nostra lotta perché vogliono restare fuori dalla politica".

Apparentemente riservato e taciturno, fino a poco tempo Konya fa era un maggiore dell’esercito ungherese e il leader del sindacato dei soldati. Poco prima di lasciare il suo incarico è diventato capo del movimento. Questo trae forza dall’arroganza del governo di Orbán, e Konya ammette che se la situazione economica non fosse così grave, “la resistenza non sarebbe così forte”.

Viktor Orbán e il suo partito Fidesz, che hanno in mano il parlamento grazie alla schiacciante vittoria elettorale dell’aprile 2010, poco alla volta hanno esteso il loro controllo sulle istituzioni democratiche, approvando leggi il cui scopo ultimo è farli restare al potere per i decenni a venire. La trasformazione di un paese membro dell’Unione europea in un regime sempre più autoritario sta irritando da tempo Bruxelles, ma a far scattare la reazione sono stati gli interventi di Orbán in campo economico.

Per ridurre l’enorme debito pubblico – pari a circa l’80 per cento del pil – che il precedente governo di sinistra gli ha lasciato in eredità, e per mantenere la promessa di tagliare il deficit, Orbán ha statalizzato i fondi pensionistici privati e ha imposto una drastica tassa alle banche e alle grandi aziende di proprietà straniera. Ma a venti mesi dall’entrata in vigore di queste misure, il debito ungherese è ancora più gigantesco di quando Orbán è arrivato al governo. La moneta ungherese si è indebolita del 20 per cento, arrivando a un incredibile cambio di 320 fiorini per un euro e provocando un drammatico balzo del debito pubblico.

Verso capodanno Orbán è stato costretto a chiedere al Fondo monetario internazionale l'aiuto che nell’estate del 2010 aveva sdegnosamente respinto. Ma il Fondo ha subordinato gli aiuti all’abrogazione della riforma costituzionale che ha messo sotto controllo statale l'attività delle banche. L’Ue sta già preparando una causa contro l’Ungheria presso la Corte di giustizia dell’Ue e non ha escluso di congelare i finanziamenti o sospendere il diritto di voto di Budapest nell’Ue.

Il crollo del fiorino

Gli ungheresi assistono all’intera vicenda in parte come spettatori sconvolti e in parte come vittime terrorizzate dall’incomprensibile piega degli eventi. A suo tempo hanno eletto Orbán perché prometteva una vita migliore, ma soltanto un anno e mezzo più tardi si ritrovano in una situazione di gran lunga peggiore di prima. I timori di un ulteriore indebolimento del fiorino stanno provocando una fuga di capitali in euro all’estero, verso conti bancari in Austria e Slovacchia, dissanguando ancor più l’economia ungherese.

I visitatori che giungono a Budapest dai paesi vicini restano colpiti dalla vista di anziani avvolti in vecchi cappotti che si aggirano per la città. Dalle statistiche risulta che il 30 per cento degli ungheresi vive ormai al di sotto della soglia di povertà. La città, la cui ricchezza e fama toccarono l’apice nel XIX secolo, sta cercando di aggrapparsi al proprio glorioso passato, ma fuori dal centro sui marciapiedi si iniziano ad accumulare i sacchi della spazzatura e l’intonaco cade a pezzi dagli edifici. Chi cerca di distogliere lo sguardo da questi segnali di decadenza si ritrova davanti appesi ai lampioni i manifesti della rivista economica ungherese Hvg, sulla cui copertina nera spicca una parola a grandi lettere: Vége, “Fine”.

Viktor Orbán ha ancora saldamente in pugno le redini del potere, anche se forse non le terrà molto a lungo. Se le pressioni internazionali si allenteranno, la sua immagine di leader indomito – sulla quale si regge il suo potere – si indebolirà. Se le pressioni continueranno, il paese andrà in bancarotta e gli eventi potrebbero sfuggirgli di mano, con conseguenze imprevedibili.

Ma finché ci riuscirà, cercherà di mantenere questa strana calma che precede la tempesta. Le emittenti televisive, buona parte delle quali sono sotto l’influenza del governo, hanno pressoché ignorato le proteste. Di fronte al teatro dell’Opera è apparsa una grande scritta: Elég!, “Basta!”