L'Unione europea ha dichiarato guerra all'Iran. Certo, non c'è stata alcuna dichiarazione formale, e nemmeno un'azione militare segreta. Tuttavia la decisione di Bruxelles di porre l'embargo sulle importazioni di petrolio iraniano, bandire i nuovi contratti e congelare le risorse della Banca centrale di Teheran è a tutti gli effetti un atto di guerra, che potrebbe scatenare quello scontro militare che le sanzioni intendono prevenire.

Per il governo iraniano le esportazioni petrolifere rappresentano circa il 50 per cento degli introiti, e l'80 per cento delle entrate in valuta forte. L'Ue è il secondo acquirente di petrolio di Teheran, per un totale di circa un quarto delle esportazioni. Per questo motivo, a meno che gli altri importatori non incrementino l'approvvigionamento dall'Iran – e i segnali da Cina, Giappone e Corea del Sud lasciano intendere il contrario – la decisione dell'Ue (insieme alle misure già imposte dagli Stati Uniti) si tradurrà in qualcosa di molto simile alle "sanzioni letali" chieste dal segretario di stato americano Hillary Rodham Clinton, impossibili senza la cooperazione del vecchio continente.

A questo punto il regime iraniano, già alle prese con un alto tasso d'inflazione e una moneta che si sta rapidamente svalutando, sarà costretto a reagire. Uno degli scenari possibili consiste nella cancellazione del programma nucleare, con grande soddisfazione dell'Europa e degli altri paesi preoccupati dalla minaccia iraniana.

Il problema è che esiste un'alternativa, altrettanto probabile. L'Iran, sentendosi ormai in trappola, potrebbe optare per un disperato tentativo di spaventare gli europei e convincerli a fare un passo indietro, o quantomeno scatenare un'isteria incontrollabile sul mercato del petrolio. In questo caso l'aumento vertiginoso del prezzo del greggio si tradurrebbe in un maggiore introito per l'Iran, riportando gli incassi sui livelli precedenti all'embargo.

Una delle misure estreme a disposizione del governo iraniano è il blocco dello stretto di Hormuz, cosa che Teheran ha già minacciato di fare. Tuttavia al momento l'Iran non sembra essere in grado di tenere in ostaggio lo stretto per un periodo di tempo sufficientemente lungo, e in ogni caso si interromperebbero anche le sue esportazioni residue.

Un'alternativa meno complicata sarebbe il sabotaggio o l'attacco militare alle raffinerie, agli oleodotti e alle strutture petrolifere dell'Arabia Saudita, per esempio a Abqaiq e Ras Tanura. La missione potrebbe essere portata a termine attraverso operazioni "false flag" da parte dei ribelli sciiti delle province orientali dell'Arabia Saudita, ma è chiaro che in quel caso le responsabilità dell'Iran sarebbero impossibili da nascondere, e si rischierebbe un'escalation su larga scala del conflitto.

A quel punto lo scontro armato che molti europei hanno cercato di scongiurare diventerebbe inevitabile, fermo restando che a Teheran nessuno si illude di poter prevalere sul piano militare.

Primavera armata

Prima di scartare una simile eventualità considerandola allarmista e impossibile, vale la pena ricordare che il Giappone imperiale non attaccò gli Stati Uniti per reagire a un'offensiva militare, ma perché all'epoca era talmente penalizzato economicamente (e l'Iran potrebbe esserlo presto) da preferire un attacco disperato a una lenta asfissia. E il fatto che alcuni generali considerassero inevitabile la sconfitta – e tra essi l'amiraglio Isoroku Yamamoto, ideatore dell'offensiva di Pearl Harbor – non fece alcuna differenza.

È difficile credere che i leader europei abbiano approvato le sanzioni contro l'Iran senza prendere in considerazione questa possibile dinamica. Lo dimostra il fatto che le navi da guerra britanniche e francesi hanno scortato la portaerei statunitense Abraham Lincoln mentre attraversava lo stretto verso il Golfo Persico, sfidando apertamente le minacce di Teheran. È evidente che gli stati Ue, soprattutto i due con le maggiori capacità militari, sono perfettamente consapevoli delle possibili conseguenze dell'embargo, e sono pronti ad affrontarle.

Tutto ciò suggerisce che l'Unione europea, malgrado le disavventure economiche che attraversa, stia vivendo una sorta di "primavera" nella politica militare. E quelli che in passato l'hanno definita un'inutile ricettacolo di politici incapaci di agire faranno meglio a ricredersi.