La collaborazione dei membri della chiesa con il regime comunista e con la sua polizia segreta in Slovacchia è un argomento tabù. Il caso dell'arcivescovo slovacco Ján Sokol potrebbe rappresentare il segnale di una nuova politica di trasparenza? Monsignor Sokol, che tra non molto lascerà la sua carica, incarna il rifiuto e l'incapacità della chiesa cattolica slovacca di affrontare le pagine più oscure del suo passato – sia per quanto riguarda il periodo della Slovacchia fascista che per quello della Cecoslovacchia comunista.

Pochi giorni fa il settimanale Týždeň ha rivelato l'ultimo caso riguardante il controverso prelato. Nel 1998 Sokol avrebbe trasferito mezzo miliardo di corone slovacche sul conto di un suo uomo di fiducia ed ex agente dell'StB [la Sicurezza di Stato cecoslovacca], Štefan Náhlik. Nel 1982 l'ex novizio dell'ordine segreto dei francescani avrebbe aiutato con l'StB a reprimere i suoi stessi correligionari. Sokol sarebbe stato un informatore chiave della polizia segreta nella preparazione dell'operazione Vír [vortice] contro i francescani. Secondo la rivista, l'arcivescovo avrebbe raccolto una tale somma di denaro vendendo terreni appartenenti alla chiesa. Perché questo versamento? E cosa ne è stato fatto? Le domande sono rimaste senza risposta e Sokol continua a negare le accuse.

Anche se è stato seguito con grande attenzione in Slovacchia, il caso non stupisce nessuno. La sola novità significativa sta nella reazione della chiesa, che ha ritenuto queste informazioni importanti. Secondo i media slovacchi, lo stesso Vaticano seguirebbe il caso da vicino.

Per la chiesa cattolica slovacca la destituzione di Sokol è senza dubbio un sollievo. Il prelato rappresenta infatti una grave macchia in una reputazione peraltro non immacolata. Sokol è diventato vescovo negli anni Ottanta con la benedizione del regime comunista, quando già figurava sulla lista degli agenti della sicurezza di Stato. Secondo alcuni documenti pubblicati dal quotidiano Sme, Sokol forniva informazioni preziose alla polizia politica in cambio di denaro, ma si era anche compromesso durante la seconda guerra mondiale collaborando con il regime fascista slovacco diretto dal sacerdote Jozef Tiso.

Come ha potuto quest'uomo proseguire la sua carriera nella chiesa dopo il 1989? E perché finora le istituzioni cattoliche lo hanno sempre sostenuto? Una spiegazione può essere cercata nel mito che vede nella chiesa cattolica slovacca il principale avversario e la prima vittima del totalitarismo. La collaborazione dei suoi membri con il regime comunista e con la sua polizia segreta è un argomento tabù. La società nel suo complesso e gran parte della classe politica la pensa allo stesso modo.

La chiesa slovacca si distingue da quella ceca per l'influenza e l'immagine generalmente positiva di cui gode. La Slovacchia è tradizionalmente considerata un paese cattolico, e secondo l'ultimo censimento quasi l'80 per cento dei suoi abitanti si dichiara cattolico. Anche se questa cifra ha un valore limitato (solo una minoranza dei cattolici è praticante), la maggior parte dei politici vuole mantenere buone relazioni con la chiesa, perché ne condivide le idee e perché ha paura della sua influenza sugli elettori.

Inoltre, nell'immaginario collettivo la chiesa cattolica rappresenta un forte elemento positivo dell'immagine che la Slovacchia ha di sé stessa. Ma è proprio questa intoccabilità che impedisce alla chiesa di affrontare con onestà il passato e di fare i conti con uomini come l'arcivescovo Ján Sokol.