Il nemico è vicino. Si è alzato di buon’ora per recarsi a Londra in automobile. Ha sistemato la macchina in un parcheggio coperto e adesso si trova in York Road, davanti all’ingresso principale dello Shell Centre, la sede del gruppo petrolifero più potente del pianeta.

Lo Shell Centre è un imponente grattacielo grigio di cemento che si affaccia direttamente sul Tamigi. Dalle sue finestre i dirigenti del colosso petrolifero vedono il Parlamento e la London Eye, la più grande ruota panoramica d’Europa. Ogni tanto riescono anche a scorgere di sfuggita, laggiù, davanti all’ingresso, John Donovan, il “pre-pensionato” di Colchester, l’uomo che sta costando alla loro compagnia svariati miliardi.

John Donovan, 64 anni, oggi ha indossato la cravatta. Un ampio cappotto nasconde un po’ la sua pancia voluminosa. Si è lasciato crescere i capelli bianchi e li ha acconciati in un accurato riporto sul cranio pelato. “Prendete, leggete la verità su Shell”, dice porgendo uno dei suoi volantini verdi a un’impiegata della società petrolifera. Lei, in tailleur, sconcertata, affretta il passo senza aprire bocca.

Donovan aveva più successo tempo fa, quando reclutava schiere di senzatetto e tutti i santi giorni davanti alla sede della compagnia ce n’era qualcuno. Ma oggi non ha più bisogno di volantini per infastidire la Shell: ha trovato un metodo più efficace.

Da circa dieci anni Donovan posta contenuti sul sito web royaldutchshellplc.com. Lì ha svelato le malefatte del consorzio anglo-olandese e nell'insieme ha pubblicato più o meno venticinquemila articoli. Riceve regolarmente informazioni da una ventina di impiegati della compagnia, tutte persone ben informate. Quello della Shell ormai è diventato un caso: prima d’ora infatti non era mai accaduto che si svelasse ciò che accade dietro le quinte di una grande multinazionale.

Con meno di 1.500 euro l’anno, Donovan esercita pressioni su un gruppo dal giro d’affari annuale di circa 284,6 miliardi di euro, più del prodotto interno lordo di paesi come la Danimarca o la Tailandia. Senza quel sito il giro d’affari della multinazionale sarebbe ancora più consistente: “Di sicuro gli sono costato già qualche miliardo a quei tipi là dentro”, dice indicando il grattacielo dello Shell Centre.

Dopo una mezz’ora smette di distribuire volantini. Li hanno presi sì e no una ventina di persone. “Non è molto, ma non fa niente. La cosa importante è farmi vedere da queste parti ogni tanto”. Si dirige alla sua automobile e ritorna a Colchester, il quartiere generale da cui lotta contro la multinazionale.

Quando alla Shell facciamo il nome di John Donovan, gli addetti alle public relation dell’azienda si rivelano poco loquaci: “No comment”. Uno scambio di email interne testimonia un clima di preoccupazione: “Quel sito web è già costato alla nostra azienda svariati miliardi”, ha scritto un dirigente il 15 luglio 2009. “Vorreste far chiudere il sito?” chiediamo, dato che perfino nel weekend i servizi di sicurezza e gli addetti alla comunicazione dell’azienda controllano ciò che Donovan va postando.

Se la compagnia petrolifera non aveva ancora compreso fino a che punto potesse essere pericoloso il pre-pensionato, lo ha capito una volta per tutte il 25 novembre 2005. “Già”, dice Donovan, “con la mia lettera a Putin. Lì ci ho dato dentro di brutto!”. Nella mail Donovan informava dettagliatamente il governo russo sulla superficialità con cui erano applicate le norme di sicurezze nel progetto di trivellazione petrolifera Sachalin-2.

A quel tempo Shell era l’azionista di maggioranza di una joint-venture con il gruppo petrolifero russo Gazprom: il loro giacimento petrolifero comune, nella Siberia orientale, è uno dei principali progetti di Shell: 180mila barili di greggio al giorno, 9,6 milioni di tonnellate di gas l’anno. Donovan citava uno scambio di email interne in cui uno dei dirigenti dell’azienda mette in guardia i suoi colleghi di Londra dai devastanti effetti di un incidente sulla piattaforma petrolifera. “Scriveva che la marea nera che si era verificata nel 1989 sulle coste dell’Alaska in seguito al naufragio della petroliera Exxon Valdez sarebbe stata uno scherzo al confronto di quello che sarebbe potuto succedere a Sachalin”.

Meno di due anni dopo l’email a Putin, un tribunale russo ha ridotto la partecipazione azionaria di Shell e relegato la compagnia petrolifera al rango di partner di minoranza, lasciandole il 27 per cento delle azioni. Shell ha subodorato un caso di spionaggio, ma il numero due del ministero dell’ambiente russo dell’epoca, Oleg Mitvol, in un’intervista ha rivelato la sua fonte: “Abbiamo ricevuto le informazioni necessarie da John Donovan di Colchester”. Ogni due o tre mesi Donovan ha messo a segno un altro scoop.

Dente avvelenato

Quali sono le sue motivazioni? Perché se la prende solo con la Shell? Fino al 1992 John Donovan e Shell erano in affari: insieme a suo padre Alfred, John dirigeva l’agenzia di pubblicità Don Marketing e proponeva gratta-e-vinci e piccole lotterie destinate agli automobilisti che facevano più di 50 litri di carburante Shell. Gli affari della sua agenzia, però, hanno iniziato a prendere una brutta piega non appena la Shell si è servita di un nuovo collaboratore del ramo marketing che ha pensato bene di appropriarsi di molte idee di Donovan, rifiutandosi oltretutto di pagarlo.

Gli ex soci in affari si sono ritrovati in tribunale e al termine di quattro lunghi processi l’agenzia pubblicitaria è fallita, la proprietà di Alfred Donovan è stata venduta e John si è visto costretto a firmare una grossa ipoteca sulla propria casa, finché nel 1999 ha deciso di venire a patti con Shell. La compagnia petrolifera ha accettato di accollarsi le spese legali di migliaia di sterline e le controparti si sono impegnate a mantenere il silenzio sull’intera vicenda. “Per fortuna Shell non ha rispettato l’accordo e ha parlato del processo ai media”.

Donovan parcheggia sul vialetto della piccola casa di cui è comproprietario. Apre la porta che dà direttamente sulla cucina. “Beh, non si può cucinarci davvero”, dice scherzando e apre il frigorifero: dal cassetto delle verdure estrae una pila di dossier e ci invita ad accomodarci nella stanza accanto. Il locale non è granché, e tuttavia è uno dei centri nevralgici del braccio di ferro energetico mondiale, è il quartiere generale dove si gioca una partita a scacchi la cui posta si calcola nell’ordine dei miliardi. E questo pre-pensionato è uno dei suoi principali giocatori.

“Le altre compagnie petrolifere non si comportano certo meglio”, ammette Donovan, “ma il mio avversario designato è la Shell”. E così sarà a lungo: “Oggi mio padre ha più di 90 anni: se anch’io vivrò tanto a lungo di sicuro avrò parecchio tempo da investire nel mio passatempo”, dice. Poi si gira verso il monitor e controlla la posta elettronica: come ogni giorno, Shell lo aspetta.