Nell'agosto 2009, in un video postato sul suo blog, Dmitri Medvedev si rivolgeva al suo popolo e ai vicini ucraini: "Le nostre relazioni bilaterali con l'Ucraina non sono mai state così cattive. I militari di Kiev conducono una politica apertamente antirussa dopo l'attacco militare in Ossezia meridionale lanciato da Saakashvili, durante il quale sono state utilizzate armi ucraine per uccidere civili e soldati russi". L'attacco è diretto a colpire in maniera esplicita il presidente ucraino Jushenko, colpevole di aver sostenuto Mikhail Saakashvili in occasione del conflitto fra la Russia e la Georgia nell'agosto 2008.

Di fatto, il potere russo può criticare apertamente Jushenko senza provocare grande emozione in occidente. Infatti la speranza degli europei e di una parte degli ucraini nel 2004 è ormai diventato il paria della politica ucraina, colpevole di aver tradito l'Est e di non essere riuscito a sedurre l'Ovest. La sua popolarità si è talmente ridotta che il presidente uscente, candidato alle elezioni del 17 gennaio, si ritrova senza denaro e senza sostegno per la propria campagna elettorale e ha pochissime possibilità di essere rieletto.

Dal 1997 la Russia e l'Ucraina regolano i loro rapporti in base al Big Treaty. Questo insieme di accordi bilaterali copre tutti i settori possibili (energia, economia, armamenti, cultura, aiuti umanitari, ecc.). Ma i due paesi hanno ciascuno i propri obiettivi politici, talvolta in disaccordo con lo spirito del trattato. Dopo l'arrivo al potere di Vladimir Putin, Mosca ha come obiettivo principale il recupero della sua influenza nei paesi ex sovietici, e in particolare in Ucraina. Ma spinto dalla sua vittoria del 2004, Jushenko ha continuato a irritare Mosca rimettendo in discussione questo modello e sollevando problemi spinosi.

La guerra della memoria

Il più grave è l'adesione dell'Ucraina alla Nato. L'ostinazione di Jushenko nel criticare Mosca e i suoi buoni rapporti con gli Stati Uniti hanno irrigidito le autorità russe, che hanno fatto di questa adesione alla Nato una questione capitale. C'è inoltre il problema del gas, motivo di grande preoccupazione per gli europei e perenne oggetto della contesa tra Kiev e Mosca. Le crisi del 2006 e del 2008, terminate con un'interruzione delle consegne verso l'Europa, hanno reso il sistema ucraino ancora più vulnerabile. La manovra infatti è chiara: indebolire l'Ucraina per impadronirsi del suo sistema di transito, la sua unica arma strategica.

Pur sottovalutata dagli occidentali, anche la"guerra della memoria" ha contribuito al deterioramento delle relazioni fra i due paesi. Jushenko si è battuto per la formazione di un'identità ucraina, che si basa su una rivalutazione della lingua e della cultura, ma soprattutto sulla costruzione di una storia "specifica del popolo ucraino", distinta dalle altre nazioni del mondo slavo. A questo proposito va ricordata la battaglia per il riconoscimento a livello internazionale dell'Holodomor, la grande carestia del 1932-33. Per la presidenza i milioni di contadini morti di fame all'inizio del secolo sono stati vittime di un genocidio organizzato da Stalin. Per i russi l'operazione costituisce un tentativo di riscrivere la storia.

Possiamo aspettarci un cambiamento dopo l'elezione presidenziale? I candidati non hanno ancora scoperto le carte, rendendo ancora più complessa la distinzione tra filorussi e ed eredi della rivoluzione arancione del 2004. Janukovich, grande confitto della precedente elezione ma attualmente in testa ai sondaggi, cerca questa volta di andare oltre il suo tradizionale elettorato, di lingua russa e residente soprattutto nella parte orientale del paese. Ma per riuscire in questo progetto deve far dimenticare la sua immagine di fantoccio al servizio di Mosca. Janukovich non è certo un ideologo, e per molti esperti ha un margine di manovra ridotto, poiché la sua politica nei confronti della Russia è influenzata dalle motivazioni contraddittorie dei suoi finanziatori e risente delle rivalità interne della sua formazione politica, il Partito delle regioni.

Le tattiche di Timoshenko

Anche la sua principale avversaria, l'attuale primo ministro Julia Timoshenko, è afflitta dalle contraddizioni ed è ben lontana dalle sue posizioni originali in politica estera, sintetizzate nell'articolo "Contenere la Russia" pubblicato nel 2007 dalla rivista Foreign Affairs. L'ex protagonista della rivoluzione arancione sa bene che per vincere ha bisogno del sostegno di Mosca, e da abile stratega oscilla fra i due poli. "Janukovich ha molta più libertà verbale della Timoshenko, la cui base elettorale è nella parte centrale e occidentale del paese", osserva Tessier-Stail, analista del Centro internazionale di studi politici di Kiev. "Di conseguenza non può permettersi di parlare di una Russia amica, ma solo di una Russia partner, anche se di fatto propone una politica filorussa".

Guardando a est, i favoriti non fanno altro che seguire una tendenza globale, che vede la Russia riprendersi il suo ruolo di leader nell'area ex sovietica. "La Francia, la Germania, l'Italia e gli Stati Uniti riconoscono ormai l'importanza della Russia", osserva il ministro degli esteri M. Zlemko. "E la nostra politica estera non è isolata dal contesto globale. Inoltre la classe politica ucraina non si fa più illusioni su un'integrazione rapida nell'Unione europea, poiché quest'ultima ha perso la pazienza di fronte alla mancanza di riforme nel paese.