Sostiene l’ex sindaco Massimo Cacciari che le sciagure di Venezia sono due: le contesse che smaniano per salvarla; e il carattere dei suoi abitanti. «Venezia sta morendo!» è il lamento delle contesse e dei veneziani. In realtà, Venezia è già morta, come città. Ed è risorta, come vetrina.

Di giorno Venezia non è affatto tetra, e neppure malinconica. Anzi, non è mai stata così bella, così vivace. Mai arrivati così tanti soldi dal Nord-Est, da Milano, dall'Europa, dall'America. Soldi privati, però. Di mercanti, non di mecenati. Una fioritura di restauri e fondazioni.

Il caso più eclatante è quello di Pinault, che si è preso un pezzo di Venezia – la meravigliosa Punta della Dogana – per esporre gli artisti della sua collezione che poi venderà nella sua casa d'aste. Ora la polemica infuria sul Fontego dei Tedeschi, comprato dai Benetton, su cui l'archistar olandese Rem Koolhaas ha disegnato una contestata terrazza con vista sul Ponte di Rialto. È anche vero però che dentro Punta della Dogana nessuno metteva piede da decenni.

Di notte, Venezia torna se stessa. Cioè una città spopolata, come altri centri storici. Ma qui, circondati dalla bellezza, è più triste lo spettacolo degli infissi chiusi, delle luci spente, del silenzio, mentre il flusso dei pendolari e dei turisti poveri si sposta verso la terraferma. Restano vivi gli angoli dove si ritrovano gli studenti: Campo santa Margherita, San Giacomo dell'Orio, il mercato di Rialto. I residenti si sono lamentati, e il Comune ha imposto il coprifuoco a mezzanotte.

Racconta Cacciari: «Non si ha idea di cosa ho trovato dentro Punta della Dogana! Topi che scorrazzavano. Impiegati chiusi nei loro ufficetti. Nella torretta che guarda San Marco, forse il posto più bello del mondo, c'era un appartamento abusivo. Il giorno in cui devono cominciare i lavori, spunta nei magazzini un deposito di legni vecchi. Dico: toglieteli. Mi rispondono che non si può, è roba della sovrintendenza. Chiamo la sovrintendenza: venite a prenderli. Mi rispondono che non si può, sono i resti di un vecchio solaio. A quel punto ho cominciato a urlare. Una scena isterica. Ho dato di pazzo».

Lo stesso accadde a piazzale Roma, dove sorgerà la nuova cittadella della giustizia, a prezzi triplicati rispetto al preventivo. «E ci credo – dice Cacciari -. Terreni inquinati. Lavori ritardati. Altri fatterelli, tra cui questo. Stanno per partire i lavori, quando viene annunciata una scoperta sensazionale: casse piene di ossa di animali. Dico che la cosa è nota: fino all'800 lì c'erano i macelli. Mi rispondono che la cosa è clamorosa, si può ricostruire tutta la catena alimentare di Venezia nel XVIII secolo. Vado, e mi mostrano un osso di capra, di vitello, di bue... Ho cominciato di nuovo a urlare. Un'altra scena isterica. Ho dato un'altra volta di pazzo: "Se non partono subito i lavori, prendo una mazza e distruggo le ossa una a una!"».

Racconta Cacciari di non sopportare più «il piagnisteo stucchevole» su Venezia, il lamento che sale «dagli sciagurati salotti» e da un popolo avvezzo a mugugnare. Ricorda quanto è stato fatto in questi vent'anni: il nuovo Arsenale, con il centro di ricerca Thetis; la ricostruzione della Fenice, per quanto tormentata; il restauro di Ca' Giustinian, sede della Biennale.

Il problema è che il Comune non ha più un euro. Si sono inaridite le due fonti storiche: la legge speciale e il casinò. Ora lo Stato paga meno, e finisce tutto al Mose: la più grande opera d'ingegneria idraulica al mondo; già inghiottiti 5 miliardi di euro, e mancano ancora due anni di lavori.

L'altra cassaforte del Comune è il casinò, che un tempo ospitava gli smoking bianchi dei giocatori di chemin de fer al Lido, e oggi vive di cinesi che giocano alle slot machine in terraferma, a Ca' Noghera. Tra la crisi e la concorrenza dello Stato con le slot on line, l'incasso è sceso da 200 milioni l'anno a 145. Siccome cento se ne vanno per i costi fissi, i proventi del Comune sono crollati.

Le vere questioni epocali sono due. Lo spopolamento della Venezia storica. E il destino della più grande area industriale d'Europa, Marghera.

Il display della farmacia Morelli di campo San Bartolomeo, vedetta della grande fuga, indica che sono rimasti 58.855 residenti. Il punto è che i veneziani non vogliono più vivere a Venezia, e non solo perché le case ai piani alti sono carissime e quelle umide a livello dell'acqua o surriscaldate sotto i tetti non le prende nessuno. I veneziani vogliono – proprio come tutti noi – la macchina sotto casa. Il Comune ha seimila appartamenti, molti affittati ai popolani. È la classe media a mancare, sono i borghesi che abitavano i piani tra quello nobile e le mansarde.

I veneziani vanno a vivere a Mestre, sul continente. La città più brutta d'Italia, almeno sino a poco fa. Ora hanno pedonalizzato piazza Ferretto, piantato boschi in periferia, trasformato la discarica di San Giuliano in parco, fatto arrivare la banda larga, progettato l'M9, il museo del futuro. Pierre Cardin, che in realtà si chiama Pietro Cardin ed è nato a Sant'Andrea di Barbarana (Treviso), prima di morire vorrebbe erigere qui a Marghera la "Tour Lumière", un palazzo da un miliardo e mezzo di euro e 254 piani, per ospitare l'università della moda. Il sindaco non dice no.

Venezia rimane una meta privilegiata per i viaggi di nozze. E per molti San Marco è il posto più bello del mondo. Per concordare basta ammirare la cupola della Creazione, la Genesi degli analfabeti, dove Dio mette la mano di Adamo sulla testa del leone a indicare la primazia dell'uomo sugli animali; lo stesso leone che nel mosaico accanto esce dall'arca di Noè e dopo mesi di inerzia si stira le zampe prima di allungarsi nella corsa. Dovrebbe accadere lo stesso a Venezia: riprendere a correre, nonostante il peso di un compito così gravoso, custodire tanta bellezza e farle rinascere attorno una città.