La Francia ha molte aspetti interessanti da un punto di vita geografico e gastronomico, ma ha anche i peggiori dibatti politici del mondo occidentale. Il primo turno della campagna presidenziale ne sarà la dimostrazione.

In linea di principio un’elezione deve mettere in evidenza le difficoltà, proporre delle soluzioni e dare nuovo slancio. Ma questa campagna ha fatto di tutto per evitare di affrontare la situazione reale della Francia e ha offerto solo dei cataloghi di misure squilibrate. Non ci si deve stupire quindi se non ha suscitato entusiasmo.

La metà dei francesi avrebbe cambiato la propria scelta del candidato negli ultimi sei mesi. Come dargli torto? Del resto se si guardano i risultato complessivi si ha il 30 per cento per Nicolas Sarkozy, il 30 per François Hollande e il 30 per gli altri candidati. Gli statistici spiegheranno che questo risultato è il frutto del caso. I francesi, lasciati nell’ignoranza di quello che viene loro proposto, votano a caso. O, per dire con altre parole, votano in funzione della faccia del cliente.

La campagna è stata molto deludente, estranea alle terribili crisi che stiamo vivendo: crisi economica, crisi finanziaria, forte disoccupazione, crisi europea di cui non si vede ancora l’uscita. Il tutto influenzato dai grandi sconvolgimenti che attraversano l’Asia e da rivoluzionari sviluppi tecnologici.

A questo si devono poi aggiungere i problemi globali del clima, del cibo, dell’acqua. E sullo sfondo la crisi radicale delle due grandi ideologie del liberalismo (troppo iniquo) e della socialdemocrazia (troppo costosa).

Di fronte a tanti e tali problemi, il minimo sarebbe stato riconoscere la difficoltà del momento e di avere un po’ di umiltà. Ma al contrario la Francia è ripartita con la convinzione della sua bella “eccezione”.

Nel 2007 la campagna era rivolta al futuro. Sarkozy proponeva la rottura per incoraggiare la produzione e gratificare il lavoro. E anche Ségolène Royal rompeva con i tradizionali pregiudizi del suo partito e parlava di democrazia partecipativa, un’idea in sintonia con internet e con i nuovi tempi. Nel 2012 invece abbiamo assistito a una regressione intellettuale: i candidati sono ispirati non da soluzioni di un mondo postliberale ma preliberale.

Il filosofo tedesco Peter Sloterdijk spiega che la Francia è il solo paese a non aver mai praticato un esame di coscienza. La sinistra se ne è liberata sventolando il vessillo della rivoluzione come quello della verità; la destra prima imponendo la restaurazione, poi con De Gaulle, che ha cancellato il 1940 e il collaborazionismo. Di conseguenza il passato è mitizzato, ma quando ci si trova in difficoltà questi tempi gloriosi non sono di nessuna utilità pratica. Tranne, come dice Mélenchon, per “far sognare”.

Ma siamo stanchi di miti. L’estrema sinistra, Nicolas Dupont-Aignan, Jean-Luc Mélenchon e Marine Le Pen parlano di protezionismo, di uscita dall’euro, di inflazione. Ma dovrebbero dirci in quale paese le loro idee hanno avuto successo. I loro elettori non hanno forse occhi per vedere la situazione di sfacelo totale di Hugo Chávez in un Venezuela peraltro ricco di petrolio, e i successi del riformista Lula da Silva in Brasile? O la crisi della strategia populista di bancarotta di inflazione in Argentina?

Pensiero magico

Il problema è generale. La politica in Francia è drammaticamente in ritardo. L’ideologia e il clientelismo sono ancora dominanti per mancanza di un esame storico, e per la poca importanza attribuita alle nuove scienze sociali e ai progressi dell’analisi pragmatica.

Contro la povertà, in favore dell’integrazione, nella lotta contro il fallimento dell’educazione, per il successo industriale i ricercatori francesi, come i loro colleghi stranieri, fanno ricorso a dei metodi che prendono ispirazione dalla farmacia: una riforma è applicata solo su una parte della popolazione e si osservano scientificamente i risultati. Questo permette di stabilire se la riforma è utile o se non serve a niente.

Queste ricerche si ispirano a un approccio umile di fronte ai fatti che manca ancora ai politici francesi. Hollande propone un contratto di generazione, mentre Sarkozy parla del suo progetto per la scuola con misure decise a tavolino ma prive di qualunque sperimentazione concreta. I think tank non sono mai o quasi mai ascoltati e negli stati maggiorerei vari candidati sono i politici a prevalere.

Tutto ciò per dire che questa campagna, invece di spiegare la complessità del mondo, l’inevitabile rigore che ci attende, l’imperativo di produrre, l’Europa da rifare, la modestia delle soluzioni sociali così come la convinzione di un futuro ci attende, ha fatto ricadere i francesi nell’utopia, nel pensiero magico. Il risveglio è atteso per il 7 maggio.