I ricchi d’Inghilterra non sono mai stati così ricchi: nella classifica annuale del Sunday Times raggiungono complessivamente quota 414 miliardi di sterline, più del record precedente stabilito nel 2008. Ma tutti gli altri sono trascinati in basso dalla più lunga depressione del secolo.

L’uomo che l’altro giorno si è barricato in una scuola guida di Tottenham Court road, minacciando di farsi saltare in aria perché non aveva “più niente da perdere”, non era solo un pazzo: era anche un disoccupato. Il suo gesto è sembrato il termometro di una disperazione più ampia.

Non a caso è arrivato all’indomani dell’annuncio che la Gran Bretagna è di nuovo in recessione. È il temuto “double dip”. Due recessioni di seguito: non succedeva dal 1975. Di colpo, nel 2012 del Giubileo di Diamante della regina e delle Olimpiadi (a luglio e agosto), la capitale appare ferita, incerta, spaventata: rivede all’orizzonte lo spettro del “grande scontento” degli anni Settanta.

Negli anni di Blair e della sua “Cool Britannia” la Borsa tirava, il valore delle case si moltiplicava, tutti si arricchivano. O così pareva. Oggi il settore finanziario, che rappresenta il 29 per cento del pil britannico, è quello calato di più negli ultimi due trimestri. Le banche non assumono, il settore dei servizi annaspa, le costruzioni frenano.

Code di ore al controllo passaporti dell’aeroporto di Heathrow: l’effetto dei tagli al bilancio, che riducono il personale. Giungono oscuri presagi: l’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams si dimette. E perché? Lo spiega in un articolo su Prospect, scagliando condanne sull’avidità del capitalismo rapace di Londra: “Lo ammoniva già la Bibbia, la City commercia in anime di uomini”.

L’Antico Testamento, in verità, non si riferiva allo Square Mile più ricco della terra, bensì a una “city” del passato, l’antica Babilonia. “Ma Londra è una moderna Babilonia in cui commercio e profitto guidano qualsiasi considerazione e tutto è in vendita, anche le coscienze”.

È presto per pronosticare il declino della moderna Babilonia. I turisti che sciamano fra Piccadilly e Trafalgar non notano certo una città sfregiata dalla crisi. “Ma solo perché il centro di Londra è il parco giochi dei ricchi”, osserva Ken Livingstone, detto il "Rosso" negli otto anni in cui è stato sindaco fino al 2008, ora con l’ambizione di ridiventarlo nelle elezioni amministrative di giovedì. I sondaggi dicono che sarà battuto dal sindaco uscente, il conservatore Boris Johnson, ma non perché il messaggio di Livingstone sia debole: perché è debole il messaggero, la gente vuole facce nuove, il 67enne Ken ha governato abbastanza.

Tuttavia il modello di città divisa in “haves” e “haves not” non disgusta solo l’ex sindaco. “Tra il 1992 e il 2008, qui le rette delle scuole private sono cresciute dell’82 per cento”, commenta Martin Stephen, preside di St. Paul, seconda scuola privata più esclusiva del regno (dopo Eton). Il costo ha raggiunto 26mila sterline l’anno, 30mila euro, che moltiplicati per l’intero corso scolastico significano su per giù mezzo milione di euro per educare un figlio fino alla soglia dell’università. “Sono figlio di un medico di provincia che ha potuto mandare i suoi tre figli a buone scuole senza rovinarsi”, ammette il preside. “Oggi non sarebbe più in grado di farlo.C’è qualcosa che non va in un sistema simile”.

Immaginate di volare su Londra. Non vedrete, naturalmente, un panorama depresso. Sulla riva sud del Tamigi è quasi finito lo Shard, la Scheggia, il grattacielo più alto d’Europa, disegnato da Renzo Piano. A nord del fiume, l’area di Stratford, un tempo deposito di rifiuti urbani, è risorta come base del nuovo Parco Olimpico e dopo i Giochi dovrebbe venire “gentrificata”, creando una Londra 2 di benessere nell’East End dei poveri immigrati.

Ma si è inceppata la formula di città capace di essere contemporaneamente trendy e generosa, terra delle (pari) opportunità per tutti, che aveva funzionato negli anni del blairismo. È una Londra sempre più diseguale e scettica, quella che si prepara alla lunga estate del Giubileo e dei Giochi, augurandosi di non vederla turbata da incidenti come il terrorismo del 2005 o una rivolta urbana come quella dell’estate scorsa.

È una metropoli che, con la scusa o giustificazione del terrorismo, si prepara ad approvare nuove norme per sorvegliare tutte le email e i siti visitati su internet, nella più vasta invasione della privacy mai sperimentata in uno stato democratico. È la città di una politica sporcata dagli scandali delle “cene in vendita” con il premier David Cameron a Downing street e dalle intercettazioni illecite dei tabloid di Rupert Murdoch.

“Se anche io non fossi eletto sindaco, Cameron perderà le prossime elezioni”, scommette Livingstone, “e le vincerà Ed Miliband, un leader autenticamente di sinistra, non annacquato come era Blair”. Di certo c’è che i Tories, dopo due anni al potere, precipitano nei sondaggi. Quando Londra era “cool”, viceversa, era “cool” anche l’inquilino di Downing street.

Forse ha ragione China Mieville, scrittore inglese socialista di fantascienza, autore di un feroce j’accuse contro Londra pubblicato dal New York Times il mese scorso [e tradotto da Internazionale nel numero 944]. “C’è in giro una sensazione di amarezza”, dice Mieville, “di attesa del caos, di voglia di cambiamento”. L’uomo impazzito che gettava computer dalla finestra a Tottenham Court road potrebbe esserne un sintomo.

Nello stesso giorno i quotidiani londinesi riportavano la notizia che nel 2011 la filiale londinese della Goldman Sachs ha pagato soltanto 4 milioni di sterline di tasse su 2 miliardi di profitti: non un’evasione delle imposte, bensì una scappatoia legale. “Non abbiamo fatto un patto con Faust”, tuona il reverendo Williams, “abbiamo fatto un patto con Frankenstein”. Un mostro ancora più brutto del demonio, perché creato dagli uomini, con le loro mani.