Domenica notte, nella Francia rurale, il neoeletto presidente è salito su un palco e ha annunciato che in Europa si batterà contro l’austerity. Dall’altra parte del continente, gli elettori greci hanno chiamato il suo bluff. Scegliendo in massa i partiti che vogliono ripudiare o rinegoziare i termini del bailout, il popolo greco ha messo il presidente francese davanti a una scelta fatidica: sarà al loro fianco contro l’austerity o sosterrà il governo tedesco e il Fondo monetario internazionale ribadendo che il piano di salvataggio non può essere modificato?

La decisione di Hollande sarà cruciale, per l’Europa e per la Francia. Potenzialmente il nuovo inquilino dell’Eliseo potrebbe comandare i ribelli dell’Europa meridionale, e non c’è dubbio che i governi di Italia e Spagna – anche se nominalmente legati schieramenti politici diversi – sono pronti a sostenerlo. Come i greci, anche loro vogliono disperatamente una revisione dell’ortodossia del rigore imposta dalla Germania.

Qualsiasi sforzo di Parigi per isolare la Germania nell’Unione europea segnerebbe una svolta storica nella politica estera della Francia dal dopoguerra, costruita attorno all’idea che il “tandem franco-tedesco” debba essere al timone dell’Europa unita. Inoltre un’alleanza con l’Europa del sud danneggerebbe l’immagine della Francia come una delle economie più solide del continente. Anche la percezione del paese sui mercati finanziari potrebbe peggiorare. Il danno più grave, però, sarebbe un altro: un contrasto aperto tra Parigi e Berlino scatenerebbe tensioni in tutto il continente e provocherebbe una scossa sismica nelle fondamenta dell’Ue e della moneta unica.

Per tutte queste ragioni molti analisti sono convinti che Hollande si accontenterà di qualche apertura “salva faccia” da parte di Berlino, in modo da poter sostenere di aver cambiato il percorso dell’Ue in direzione della crescita. Ancor prima che fosse eletto, gli esperti a Parigi e Berlino parlavano già di probabile accordo tra le due potenze.

Un ipotetico patto Hollande-Merkel avrebbe più o meno questi contorni: Hollande, come ha già lasciato intendere, farebbe un passo in dietro sulla richiesta di revisione del patto fiscale (il trattato che rende obbligatorio un bilancio equilibrato); la Germania accetterebbe un nuovo patto per la crescita dai contenuti piuttosto vaghi, da abbinare al patto fiscale; Berlino respingerebbe la richiesta di Hollande per la creazione degli eurobond, ma probabilmente accetterebbe l’idea dei “project bond” spalleggiati dall’Ue; i due paesi si accorderebbero su un implemento del potere di prestito della Banca d’investimento europea. In definitiva si tratterebbe di un tipico impasto franco-tedesco che consentirebbe a tutti di ritirarsi con onore dalla contesa, lasciando il mondo esterno esattamente com’era prima, oltre che vagamente perplesso.

Tuttavia la nuova eruzione del vulcano politico greco complica la faccenda, e non di poco. Il problema Grecia è oggi talmente complesso da non poter essere risolto con una serie di clausole ben ponderate da aggiungere a un trattato europeo. Nello specifico, bisogna capire al più presto se la Grecia proseguirà sulla via dei tagli alla spesa, risparmiando miliardi di euro come previsto dall’ultimo piano di riscatto.

L’Fmi ha già messo in chiaro che se i greci rifiuteranno di rispettare gli accordi non autorizzerà il pagamento della prossima tranche di aiuti economici. Se ciò accadesse, il governo di Atene si ritroverebbe semplicemente senza denaro. A quel punto i tagli agli stipendi e alle pensioni, dolorosi ma quanto meno ordinati, sarebbero sostituiti da qualcosa di molto più caotico e pericoloso, e l’uscita del paese dall’eurozona sarebbe più che probabile.

I numeri delle elezioni greche suggeriscono che il paese si troverà presto davanti a questa scelta drammatica. I due partiti tradizionali – Pasok e Nuova democrazia, entrambi favorevoli al rispetto delle condizioni del bailout – hanno ottenuto appena un terzo dei voti, e dunque è difficile che riescano a formare un governo. Più probabile che in Grecia ci siano nuove elezioni a breve.

Sempre con Berlino

Anche Antonis Samaras, leader di Nuova democrazia, vorrebbe cambiare i termini del riscatto della Grecia. Come sa bene Samaras, il fatto che i due partiti di centro vengano associati a un pacchetto d’austerity impopolare, doloroso e imposto dagli stranieri è molto pericoloso, e favorisce i nazionalisti e gli estremisti di sinistra.

Nello specifico Samaras è convinto che le imprese greche abbiano bisogno di un taglio alle tasse, ma in questo senso non ha ricevuto alcun segnale incoraggiante da parte di Angela Merkel (i rapporti tra i due, peraltro, non sono per niente buoni). Se riuscirà a diventare primo ministro, Samaras avrà il ruolo del ribelle ragionevole, contrario alle politiche controproducenti e devote all’austerity imposte dalla Germania. In questo senso potrebbe essere un alleato perfetto per Hollande.

Ma non è così semplice. La verità è che dovendo scegliere tra la Grecia e la Germania, il francese penderebbe quasi certamente dalla parte di Berlino, anche se una scelta del genere screditerebbe la sua retorica anti-austerity. Le prudenti concessioni sulla questione dei project bond sarebbero spazzate via dall’immagine di Parigi al fianco della Germania e dell’Fmi nell’imporre tagli alla spesa asfissianti alla Grecia, mentre l’economia ellenica affonda e la disoccupazione s’impenna.

La combinazione tra il caos politico in Grecia e la posizione inflessibile dell’Fmi suggerisce che in estate Atene dovrà affrontare una nuova crisi. E a quel punto l’Ue dovrà scegliere: correre di nuovo in aiuto della Grecia anche se l’Fmi si tira indietro, o rifiutarsi di aiutare Atene accettando tutti i rischi politici ed economici che ne deriverebbero? In uno scenario del genere, la debole retorica di Hollande sul salvataggio dell’Europa dalla morsa dell’austerity è del tutto irrilevante.