Eurozona: Il momento della verità

"Uniti per la vita!". Sulla palla: "Debito".
"Uniti per la vita!". Sulla palla: "Debito".
23 maggio 2012 – El País (Madrid)

Il vertice straordinario del 23 maggio deve affrontare questioni cruciali: l’uscita della Grecia, il salvataggio delle banche spagnole e lo scontro tra Francia e Germania su rigore e crescita.

La Grecia e il sistema finanziario spagnolo – con la grottesca nazionalizzazione di Bankia come chiave di volta – sono i nuovi spauracchi di cui si serve l’Europa per far paura ai bambini. Quello che sembrava impossibile è non solo diventato possibile, ma un numero sempre più grande di persone lo ritiene auspicabile. L’Europa non è mai stata così vicina a una rottura “dal basso” (la Grecia) o al salvataggio di uno dei suoi grandi paesi membri (gli aiuti alla Spagna per il settore bancario).

Le due opzioni sono estremamente delicate. Il più elementare principio di prudenza indurrebbe a evitarle per due ragioni: per paura, perché gli effetti potenziali di contagio potrebbero rivelarsi devastanti; e perché non c’è ancora una vera emergenza visto che l’Europa può alzare il piede dall’acceleratore del rigore e la Banca centrale europea (Bce) ha ancora un certo margine di manovra. Un intervento in Spagna non è ancora urgente.

In extremis una soluzione finisce sempre trovarsi, per sciogliere il nodo gordiano della crisi, ma forse questa volta non sarà così. Tutto è possibile adesso che il tabù è stato infranto. Il presidente francese François Hollande pensa che l’Europa debba andare in aiuto delle banche spagnole; a sua volta la cancelliera Angela Merkel ha suggerito un referendum sull’euro in Grecia e vuole assolutamente far adottare i suoi piani di pronto intervento qualora i greci dovessero rispettare il vecchio principio dei Balcani come epicentro di tutte le grandi crisi europee.

Tutto ciò obbliga l’Europa a un cambiamento strategico dell’ultimo minuto prima del prossimo vertice. Fino a pochi giorni fa questa riunione doveva essere la scena del debutto europeo di Hollande e della presentazione delle sue idee controcorrente sulla crescita, ma le tensioni hanno obbligato a rivedere l’ordine del giorno. Merkel, Hollande e gli altri dovranno rispondere a due domande cruciali: vista l'inefficacia dei piani di salvataggio e il malcontento della popolazione, la Grecia deve uscire dall’euro? La Spagna deve chiedere aiuti finanziari all’Europa per aiutare le sue banche e ripianare un deficit che potrebbe diventare ingestibile? Solo le domande un po’ ingenue sono realmente profonde, e tutti questi interrogativi possono riassumersi in una sola frase: l’Europa crede ancora nel suo progetto?

Oggi due risposte sembrano imporsi, ma nessuna sembra convincente. Si può decidere di fare affidamento sul discorso abituale, allarmista e apocalittico, comprensibile vista la gravità degli avvenimenti della prima metà di maggio ma tendente all’esagerazione – un aspetto caratteristico di questa crisi faustiana, capace di dare risonanza alle dichiarazioni più deliranti. La seconda opzione è il rifiuto, cioè l’inazione, uno scenario nel quale la Commissione europea si trasforma in una statua di sale in attesa che Berlino e Parigi decidano la via da prendere.

“L’uscita dalla zona euro della Grecia e un piano di salvataggio per le banche spagnole sono due possibilità sempre più probabili. Se dovessero realizzarsi e in mancanza di una politica attiva da parte della Bce, di Berlino, Parigi, delle altre istituzioni europee, e di misure chiare per arrivare a una forma di unione politica, allora assisteremo alle file davanti alle banche, all’uscita dei capitali alla periferia dell’Ue e a una serie di fallimenti nazionali”, avverte Ken Rogoff, professore di Harvard e autore di una minuziosa storia delle crisi finanziarie degli ultimi secoli.

Tano Santos, dell’università Columbia, definisce “molto pericoloso” un intervento in Spagna. “Questo provocherebbe l’immediato prosciugamento delle liquidità in tutto il paese. In ogni modo non vi è denaro a sufficienza per un caso così difficile come quello della Spagna”. Lo stesso vale per la Grecia, che rappresenta appena il 2 per cento del pil europeo: secondo Citibank la sua eventuale uscita dall’euro avrebbe un impatto sul sistema finanziario di quasi mezzo miliardo di euro, che dovrebbe essere compensato con un’enorme iniezione di liquidità da parte della Bce, sempre che la fuga dai depositi bancari non si allarghi.

Mentre il dibattito fra rigore e crescita riprendeva con rinnovata energia, la situazione si è complicata a tal punto che questa controversia ha finito per diventare quasi secondaria. Le banche sono appese a un filo, come nei momenti più drammatici seguiti al fallimento della Lehman Brothers. Tutte le strade portano a Berlino e Francoforte, vi è una lunga serie di fattori che potrebbe obbligare la Germania a fare un gesto per impedire all’Europa di scivolare nella catastrofe. “Ma si può anche pensare che Berlino non abbia imparato nulla dalla sua storia e che l’approccio basato sul rigore che impone oggi superi ogni limite”, osserva Paul De Grauwe della London School of Economics.

Più Europa comunque

Rogoff lo dice apertamente: “O la Germania accetta l’inflazione (aumento degli stipendi, rilancio dell'economia, Bce all’americana) o ci saranno fallimenti, cadaveri politici e anche per loro [i tedeschi] non sarà facile”. In definitiva tutto si riduce a una mancanza di leadership. È qui che sta da molto tempo il principale problema dell’Europa: le soluzioni non sono impossibili, esistono, ma manca la volontà politica di metterle in pratica.

Non c’è una soluzione evidente per l’altra grande debolezza dell’Europa, la delusione dell’opinione pubblica legata al deficit democratico e alla crisi di legittimità dell’Unione. L’Ue è sempre stata relativamente impopolare nei paesi del nord. La novità è che la sua impopolarità è scesa a sud dei Pirenei, dove era vista come l’ultima utopia realizzabile. A sud un numero sempre maggiore di persone rimprovera all’Ue e alla Bce gli eccessi del rigore. A sua volta la Germania e altri paesi dell’Ue accusano l’Unione di obbligarli ad aiutare i peccatori dell’Europa meridionale. “Ma paradossalmente qualunque soluzione possibile dovrà passare per più Europa”, conclude Charles Grant del Centre for European Reform.

Sul breve periodo la soluzione passa per la Bce. “Solo gli interventi della banca centrale hanno credibilità”, osserva l’analista Juan Ignacio Crespo, “perché non si limitano a semplici parole”. Sul medio periodo il ritorno della crescita è indispensabile. Parigi e Berlino avranno molte cose da dire questa settimana a Bruxelles. Sul lungo periodo, infine, ci vorrà qualcosa che assomigli a un’agenzia europea del debito, una maggiore unione di bilancio e un’Ue che si decida a essere qualcosa di più di un semplice club economico. Questo presuppone dei leader a Parigi, a Berlino, a Bruxelles, a Timbuctù. Ma dove sono questi leader?

Traduzione di Andrea De Ritis

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