Irlanda: Perché vogliamo il trattato fiscale

Dublino, 29 maggio 2012.
Dublino, 29 maggio 2012.
The Irish Times (Dublino)

Il 31 maggio gli irlandesi votano il referendum sul patto voluto dalla Germania. Il quotidiano di Dublino si schiera per il sì, guardando all’interesse del paese più che alle dispute politiche.

Domani, al termine di una campagna aspra e spesso non molto illuminante, voteremo sul trattato fiscale europeo. Ma non ci esprimeremo sulla performance del governo, e neppure sull’austerity. Decideremo se consentire o meno al governo di ratificare il trattato fiscale ed emendare la nostra Costituzione di conseguenza. Per gli standard dell’Ue si tratta di un’occasione democratica inconsueta e importante, ma che comporta per gli elettori la responsabilità di esprimersi soltanto in merito alla questione in oggetto. Ma forse è troppo sperare che sia così.

Come abbiamo fatto in occasione di quasi tutti i sette referendum sull’integrazione alla Cee/Ce/Ue che sono stati proposti al popolo irlandese, l’Irish Times raccomanda di nuovo di votare “sì”. E questo non per un’incurabile e acritica eurofilia, bensì per una pragmatica valutazione degli interessi vitali dell’Irlanda e per la sensazione, soprattutto, che ci siano cose che facciamo meglio da soli e altre che possono essere fatte soltanto insieme ai nostri partner europei.

La realizzazione dell’unione monetaria è un caso molto esemplificativo. Il voto di domani verte proprio su questo compito lasciato a metà – un uccello non può spiccare il volo con un’ala sola – quello che ci fornirà le premesse fiscali per una solidità su scala europea che dovrà garantire la sicurezza dei capitali, in cui i paesi dell’euro saranno in grado di ottenere prestiti a tassi di interesse sostenibili. E questo non è uno strano concetto di matrice tedesca, ma un fatto reale della vita economica.

Non esiste niente di gratuito. I soldi facili comportano un prezzo che tutti gli stati membri dell’euro dovranno pagare – con disciplina fiscale, solida gestione e anche qualche sacrificio. Questa è la motivazione di fondo sia del trattato che siamo chiamati a votare sia del carattere condizionale dell’accesso ai fondi dell’Esm, il Meccanismo per la stabilità europea, di cui potremmo benissimo tornare ad avere bisogno.

Questo non è – come i sostenitori del no vorrebbero farci credere – un “trattato delle banche” o un “trattato degli speculatori”, ma un trattato che consentirà agli stati europei di associarsi tutti insieme contro i capricci degli speculatori, per dar vita a una valuta di peso e stabilità sufficienti a resistere ai loro attacchi.

Il costo del denaro – il tasso di interesse – è prima di tutto un indice del rischio e dell’incertezza percepiti. L’anno prossimo l’inevitabile ricorso al mercato obbligazionario, che vinca il sì o il no, porterà il ritorno di un mare di incertezze, e i tassi di interesse potrebbero arrivare alle stelle, portandoci fuori dal porto relativamente sicuro dei tassi dei bailout più bassi della zona euro. Perché, in nome della ragione, dovremmo volerci privare di proposito e di nostra volontà di tale sistema di protezione?

Nella campagna di questo referendum buona parte delle prese di posizione a favore del si sono rimaste sulla difensiva, con argomentazioni ambiguamente negative, basate sulle conseguenze di una vittoria del no. Eppure occorre ascoltare gli argomenti positivi a favore di un trattato che è una sorta di indispensabile e prezioso mattone per costruire la nostra valuta.

Soprattutto, in ogni caso, andate a votare! Qui si parla della vostra Costituzione, della vostra valuta, del vostro futuro. Non permettete che a prendere una decisione che riguarda voi sia qualcun altro.

Traduzione di Anna Bissanti

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