- Ungheria: la sinistra in difficoltà (elezioni politiche l'11 e il 25 aprile)

In Ungheria le elezioni sono uno "sport nazionale" ad alto tasso di adrenalina. La gente compra casse di birra e si riunisce davanti alla televisione. Con la stessa passione con cui si seguono le coppe europee di calcio, gli spettatori seguono e commentano lo svolgimento delle elezioni nelle diverse župa (province). Una sconfitta del Partito socialista, al potere da otto anni, sembra inevitabile. Di fatto, il rapporto di voti tra la destra radicale e il più grande partito di opposizione, il Fidesz, sembra l'elemento chiave delle prossime elezioni parlamentari. Attualmente la sinistra è letteralmente ridotta a mendicare voti, utilizza l'argomento della minaccia fascista per attaccare la destra e si chiede perché l'opinione pubblica non sa apprezzare il valore europeo dei socialisti e dei liberali. In ogni modo, i futuri vincitori non disporranno di un grande margine di manovra a causa dell'enorme indebitamento dello stato. Indipendentemente da chi uscirà vincitore, sono state già messe in fresco le confezioni di birra in previsione di queste due serate elettorali, nel corso delle quali la televisione trasmetterà tutta la notte lo spoglio dei voti e l'annuncio dei risultati ufficiali. Attila Pato (editorialista e professore di filosofia all'Università di Pardubice e alla University of New York di Praga).

- Polonia: un piccolo presidente e un grande premier (elezioni presidenziali a fine settembre-inizio ottobre)

Fra un anno il primo ministro Donald Tusk potrebbe concentrare nelle sue mani più poteri di qualunque altro uomo politico polacco dopo il 1989. A chi importa qualcosa del presidente della Germania? A nessuno. Tra poco in Polonia potrebbe essere lo stesso, se Tusk, che dirige anche la Piattaforma civica attualmente al potere, riuscirà a portare a termine il suo progetto. Le incessanti dispute che lo contrappongono al presidente della repubblica, Lech Kaczyński, al quale la costituzione attuale permette di paralizzare il lavoro del governo, lo hanno convinto della necessità di fare una scelta: o diventare lui stesso presidente della Polonia o limitare i poteri del capo dello stato. Alla fine Tusk sembra aver optato per la seconda soluzione. E secondo i sondaggi dovrebbe avere il sostegno di un numero sufficiente di parlamentari per modificare la costituzione in questo senso. Non importa quindi se Lech Kaczyński o uno dei due candidati della Piattaforma civica vincerà le elezioni presidenziali. I tre condividono la stessa opinione sulla maggior parte degli argomenti: il ruolo della Polonia nell'Unione europea e nella Nato (da rafforzare), l'adozione dell'euro (ma senza fretta), le relazioni con la Russia (mancanza di motivazione), la "decomunistizzazione", la chiesa cattolica (da proteggere) e l'aborto (da vietare). Aleksander Kaczorowski (vicedirettore dell'edizione polacca di Newsweek).

- Austria: la pastora tedesca (elezioni presidenziali il 25 aprile)

Heinz-Christian Strache è il giovane leader dagli occhi blu del Partito austriaco della libertà (Fpö), alla guida del partito populista dopo la morte del suo capo storico, Jörg Haider. La sua decisione di candidare Barbara Rosenkranz alle elezioni presidenziali federali del 25 aprile ha destato molto scalpore. Rosenkranz rappresenta una vera e propria provocazione: proviene dagli ambienti nazionalisti e quando le si chiede qual è la sua professione risponde "casalinga", perché ha dieci figli, ognuno con il nome di un dio germanico. Ma nella prossima battaglia elettorale il suo antieuropeismo dovrebbe portarle il sostegno del Kronen Zeitung, il giornale più letto in Austria. Una madre con simpatie per la Germania per sfidare il presidente uscente Heinz Fischer? Acque politiche sempre più torbide circondano un'isola che ormai da tempo non è più felice. Barbara Tóth (scrittrice e giornalista della rivista austriaca Falter).

- Slovacchia: uno "scenario alla Vancouver" (elezioni politiche il 12 giugno)

Le elezioni parlamentari potrebbero rappresentare la primavera della speranza. Infatti il primo ministro uscente e probabile vincitore, il populista Robert Fico, dovrà trovare degli alleati di coalizione diversi dall'Hzds, il partito nazionalista di Vladimir Mečiar, oggi in difficoltà. Molto probabilmente il suo attuale partner non riuscirà ad avere neanche un seggio al parlamento, al contrario del nuovo partito Libertà e solidarietà (SaS) e dei due partiti della minoranza ungherese, che potrebbero superare lo sbarramento del 5 per cento dei voti. In Slovacchia ci si aspetta uno "scenario alla Vanvouver": come per l'hockey su ghiaccio alle ultime olimpiadi, dopo aver temuto il peggio adesso regna la speranza, e alla fine potrebbero arrivare risultati deludenti ma di cui bisogna ufficialmente rallegrarsi. [la Slovacchia è arrivata quarta]. Juraj Kušnierik (vicedirettore del settimanale slovacco Týžden).

- Repubblica ceca: fine delle menzogne (elezioni politiche il 28 e 29 maggio)

I due personaggi più significativi della politica ceca contemporanea, Václav Havel e Václav Klaus, hanno a lungo mascherato col loro carisma l'orientamento reale della società ceca. Solo adesso, con il socialista Jiří Paroubek favorito alle elezioni politiche, esso è diventato evidente. Dopo le elezioni si potrà finalmente guardare in faccia la verità: la grande maggioranza della popolazione non vuole questo livello di cooperazione con l'occidente: non vuole i radar statunitensi, non desidera l'invio di soldati in Afghanistan e preferisce che il denaro speso per i carri armati e gli aerei da caccia venga utilizzato per mangiare meglio nelle mense. Gran parte della popolazione non ha voglia di risparmiare per la pensione, non vuole dover pagare per medicine e dottori e si sente trascurata dall'elite. Forse i populisti non riusciranno a vendere agli elettori le loro storielle. Ma temo che in questi ultimi venti anni siamo rimasti molto più vicini alla Slovacchia di Fico di quanto siamo disposti ad ammettere. Petr Kamberský (giornalista e commentatore di Lidové noviny).(adr)