Nel documento che contiene le conclusionidell’ultimo Consiglio europeoc’è un paragrafo dedicato all’accordo per l’intervento della Banca centrale in caso di crisi irreversibile del debito sovrano. Non è un sottinteso, sta scritto nero su bianco in un foglio che Rajoy si porta appresso nella ventiquattrore come fosse un salvacondotto morale. Per questo il primo ministro osserva con perplessità l’andamento degli indici finanziari e in privato si strugge per quello che considera un clamoroso inadempimento. In parole povere, la sua irritazione è evidente: ha capito che le istituzioni europee non si prendono sul serio.

Forse in queste ore, con lo spread e i bond che sono ormai al punto di fusione, Rajoy ha capito che il problema non è tanto la negligenza dell’Ue quanto l’intenzione non dichiarata ma salda di forzare un piano di salvataggio per la Spagna.

L’impassibilità di Mario Draghi è chiaramente strategica: al di là dei gesti e delle decisioni, sembra avere un piano a cui Madrid non può sottrarsi, e la Spagna appare condannata a unintervento formale sotto la minaccia di una sospensione dei pagamenti.

Se lunedì la Bce non effettuerà un acquisto massiccio di debito spagnolo [oggi lo spread è al massimo, 6,40 per cento, e non ci sono stati annunci di un acquisto delle obbligazioni spagnole da parte della Bce] sarà perché Merkel ha mostrato in privato il pollice verso mentre in pubblico fa l’opposto e difende davanti al Bundestag la necessità di aiutare il sistema finanziario spagnolo.

Pur con il ritardo dovuto agli errori iniziali, il governo spagnolo ha fatto sostanzialmente la sua parte: ha improvvisato – proprio così: improvvisato – un durissimo aggiustamento che ha scatenato la protesta della piazza; si è inimicato la sua base elettorale aumentando nuovamente le tasse e ha predisposto un budget ancora più limitato per il 2013. Eppure non è cambiato niente. I mercati hanno agevolmente infranto ogni speranza senza che nessuno a Francoforte muovesse un muscolo per interrompere la punizione inferta alla Spagna. La sfiducia è sempre più profonda. Oltre al governo e allo stato, ormai colpisce l’intero paese.

Bisogna ammettere che ci sono molte ragioni che giustificano questa diffidenza viscerale: l’economia sovra-indebitata, l’indolenza del governo a potare la struttura amministrativa, la rivolta delle regioni davanti all’esigenza di abbassare il deficit, il fallimento tecnico di alcune comunità, la bandiera bianca issata a Valencia il 20 luglio [la regione ha chiesto aiuto allo stato spagnolo] e l’enorme e pesante apparato di poteri territoriali e locali. Per non parlare del malessere civile mostrato da una società incapace di comprendere la gravità dell’emergenza.

Tuttavia va detto che questi aspetti erano già presenti quando il Consiglio europeo, l’Eurogruppo, l’Ecofin e gli altri dei dell’Olimpo si sono impegnati ad agire attraverso l’unico strumento possibile della politica monetaria. È stato raggiunto un accordo, ma con fredda indifferenza una delle due parti si è tirata indietro. Forse questo silenzio rimbomberà durante il fine settimana nella verdeggiante solitudine di La Moncloa [la residenza del capo del governo]. Il presidente ha 48 ore di tempo per capire se è stato abbandonato, se siamo stati tutti abbandonati.