Esistono numerose metafore utili per descrivere la crisi. Un incidente automobilistico filmato al rallentatore: osserviamo lo scontro ma non possiamo fare nulla per impedirlo. Un vortice: i paesi finanziariamente forti vengono risucchiati verso l’occhio del ciclone dai paesi deboli. L’Europa come un impianto stereo che sembra rotto: come si fa a farlo funzionare? Mettendo la spina nella presa, sistemando i fili e dando qualche botta alle casse. Un po’ il modo in cui i leader europei affrontano la crisi.

Lunedì l’agenzia di rating Moody’s è arrivata alle stesse conclusioni: la politica europea non è abbastanza pro-attiva e avanza a passi troppo piccoli. E su questo Moody’s ha ragione da vendere.

La politica di austerity, per esempio, è stata considerata per due anni come l’unica soluzione alla crisi. Il mantra è rimasto invariato: nei paesi dell’eurozona e sui mercati obbligazionari la fiducia non tornerà se non saranno risanati i bilanci e appianati i debiti dei paesi dell’eurozona. Ora però i leader europei hanno cambiato idea, e si sono accorti che se tutta Europa stringe la cinghia e aumenta le tasse non può esserci più alcuna crescita economica. Di colpo la disoccupazione aumenta, la malattia peggiora a breve termine e cresce la resistenza alle riforme. È per questo che ormai si parla contemporaneamente di austerity e di incentivi per la crescita.

L’approccio al problema della Grecia non segue più una rotta fissa. All’inizio il Fondo monetario internazionale non avrebbe dovuto essere coinvolto nel prestito d’urgenza ai greci, ma in seguito è diventato indispensabile. All’inizio parlare di un taglio del debito era tabù, perché si temeva un’ondata di panico nelle banche e tra gli investitori, ma poi l’annullamento del debito è diventato giustamente una scelta auspicabile.

All’inizio si pensava che un fondo da 440 miliardi di euro sarebbe stato più che sufficiente a superare la crisi. Ma presto la cifra è salita a 780 miliardi di euro e successivamente è stato necessario aggiungerne altri 550 al fondo permanente. Poi c’è voluto un altro intervento dell’Fmi, che ha versato quasi altri 500 miliardi. E oggi gli esperti sostengono che il denaro nelle casse per le emergenze non è ancora abbastanza.

Ci sono diversi altri esempi dell’incertezza che ha caratterizzato gli ultimi anni. La Finlandia che improvvisamente pretende garanzie per i prestiti alla Grecia, o il fatto se il prestito d’urgenza alle banche spagnole si configuri o meno come debito dello stato spagnolo. In questa confusione c’è però una costante: la crisi non se ne va.

Possiamo davvero biasimare questa incertezza? Gli analisti, i professori universitari e gli operatori di borsa si affrettano a puntare il dito. Ci vogliono coraggio e dinamismo politico, dicono.

Ma non è così facile. Gli investitori come i fondi pensione, le compagnie assicurative e i fondi speculativi esigono interventi radicali per investire il loro denaro in tranquillità nell’eurozona: più controlli, più sorveglianza sulle banche e meno rischi per evitare di ripetere gli stessi errori.

Il problema è che questo genere di provvedimenti implica una maggiore integrazione europea, e molti leader politici del vecchio continente sanno che questo non piacerebbe affatto ai loro elettori. Per loro l’aumento dell’integrazione si riduce a una diminuzione dei margini di manovra dei governi nazionali. Di conseguenza preferiscono procedere a tentoni e aumentare a piccoli passi l’integrazione europea piuttosto che realizzare interventi radicali, per quanto siano evidentemente necessari.

Il fatto che la crisi dell’euro sia un’esperienza nuova è molto importante per tutti: per gli uomini politici come per i funzionari e gli economisti che li assistono, e anche per i mercati finanziari e i tecnici.

Una crisi del debito è un fenomeno vecchio come il mondo, ma trovare una soluzione a una crisi del debito all’interno di un’unione monetaria incompleta che non registra quasi alcuna crescita è un’impresa senza precedenti. I rimedi classici non funzionano. Per esempio Grecia, Spagna, Portogallo e Italia non possono ricorrere a una svalutazione per rendere le loro economie più competitive.

Dato che non esistono soluzioni semplici, i politici e i presidenti delle banche centrali creano tutta una serie di meccanismi che spesso sono imprevedibili e che hanno bisogno di consenso su ogni dettaglio. Nel frattempo l’Europa continuerà a brancolare nel buio. Fino a quando a Bruxelles scopriranno che sarebbe bastato cambiare le pile del telecomando dello stereo. O fino a quando non faranno esplodere le casse una volta per tutte.