Sono ormai diciannove anni che la questione greco-macedone, del tutto incomprensibile per la maggior parte degli europei, accende gli animi nei balcani. Il motivo degli screzi, che considerata la durata della contesa appare davvero paradossale, è il nome della ex repubblica jugoslava di Macedonia. La Grecia si oppone all'uso del nome "Macedonia", che considera parte integrante del proprio patrimonio storico.

Bisogna riconoscere che i due paesi hanno fatto del loro meglio per spingere la contesa verso un'impasse quasi insormontabile, facendo sfoggio di malafede e intolleranza. I macedoni hanno scelto fin dall'inizio la via della provocazione continua, cercando di dimostrare a tutti i costi le loro "antiche origini". I greci hanno speso una quantità incredibile di energie per smentire le rivendicazioni dei rivali, bloccando nel frattempo l'integrazione euroatlantica di Skopje.

Risultato: i negoziati per l'adesione della Macedonia all'Unione europea sono in fase di stallo, mentre l'atteso invito a entrare nella Nato non è nemmeno all'orizzonte. Atene per parte sua non ha ottenuto molto dalla querelle, a parte confermare il suo ruolo di piantagrane della regione.

Aperture e ostinazione

Malgrado tutto esiste ancora una piccola speranza che greci e macedoni si decidano a sfilarsi i guanti da boxe e si stringano la mano. È vero che tutte le soluzioni proposte da Skopjie sono state rispedite al mittente da Atene nel corso degli anni, e viceversa. Tuttavia l'ultima dichiarazione del ministro degli esteri greco Dimitris Droutsas sembra aver aperto una breccia nel muro contro muro.

Droutsas si è infatti detto "non del tutto contrario" alla definizione "Macedonia del nord". Si tratta insomma di un piccolo segnale di apertura da parte del governo greco, che testimonia come Atene sia finalmente incline al compromesso, o almeno più disponibile che negli anni passati.

Questo non vuol dire però che la questione sia risolta. La definizione proposta dal ministro greco non è infatti una novità, e già in passato non è servita a sbloccare la situazione. In secondo luogo non è assolutamente detto che il primo ministro macedone Nikola Gruevski, malgrado le pressioni della popolazione albanese (25 per cento in Macedonia), si muova dalla sua posizione intransigente. "Il mio paese si chiama Macedonia. Punto e basta", continua a ripetere. La dichiarazione di Droustas, ad ogni modo, rimanda la palla nel campo macedone.

Tutto questo, comunque, interessa poco agli europei. Bruxelles aspetta che i segnali positivi si trasformino finalmente in azioni concrete. Oggi come oggi il vecchio continente deve risolvere problemi ben più gravi della contesa sul nome di uno stato. Anche se si tratta della gloriosa Macedonia di Alessandro Magno.