Che fare per il 2014, quando si voterà per il Parlamento europeo? Quale prospettiva si darà al popolo degli elettori, unificato dalla stessa stretta che grava sul “mestiere di vivere” quotidiano?

“Titoli neri come temporali” la grande crisi riporta alla mente la fulminea sintesi che Cesare Pavese faceva dei giornali in altri tempi d’ansia. Allora, al fondo del tunnel europeo c’era la speranza della pace. Oggi, c’è la speranza di una cosa che sembra più vicina, e invece si rivela ogni giorno più sfuggevole e astratta, quella che si chiama “unione politica” La chiedono i governanti, gli economisti, i giuristi. Si moltiplicano gli appelli degli intellettuali. Ma nessuno fa una cosa, una sola cosa che dichiari apertamente quel fine. Dominano ancora quei tabù che hanno fatto sbianchettare dai Trattati parole come costituzione, federazione, legge (persino).

Tutti sanno, però, che lo scenario è mutato. Si è formato uno “spazio pubblico europeo” Ma non è quello, di coesione e di opinione pubblica comune, perseguito dai federalisti custodi della grande tradizione. È ora uno spazio segnato da una percezione negativa di vincoli e balzelli in favore degli “altri” i più poveri o i più ricchi, a seconda che si sia al nord o al sud. È l’arena residuale concessa da un nuovo jus publicum europaeum dove i diritti appaiono solo il riflesso affievolito del potere. Non vi è da meravigliarsi se in questo spazio cresca la prosperità politica di chi parla contro l’Europa e le sue istituzioni: non come cattivo scudo contro la crisi, ma come se la crisi l’avessero creata loro.

Ora ci si accorge che privazioni e riduzioni di spesa hanno aperto, al di là della loro necessità, la strada a movimenti politici che, nella lotta contro “questa”Unione, travolgono anche il suo patrimonio costituzionale. È quel che accade nelle prese di potere in Ungheria, in Romania. Ma il morso dei movimenti populisti anti-sistema europeo si avverte dappertutto, dalla Germania all’Italia. Un deficit democratico indotto.

È questo rischio democratico comune che dovrebbero avvertire i giudici tedeschi che si sono assunti (con le ulteriori pesanti conseguenze che sappiamo) la responsabilità di rinviare a settembre il giudizio sull’entrata in vigore delle ultime regole di solidarietà, già approvate dal Bundestag.