Il villaggio di Konispol è formato da qualche decina di case sparse su colline verdi e pittoresche. Volendo per una manciata di euro si può pernottare in quasi tutte, e in ognuna troverete qualcuno che può indicarvi una guida per attraversare il confine. In linea d’aria la Grecia è lontana meno di due chilometri.

Ma non è facile arrivare a Konispol. La presenza dell’esercito e i checkpoint cominciano decine di chilometri prima del villaggio. Gli albanesi stanno combattendo per far sì che l’Unione europea riconosca ufficialmente la candidatura del paese e una delle condizioni poste da Bruxelles è la sicurezza dei confini, considerata il tallone d’Achille dell’intero blocco.

La possibilità di avviare i negoziati per l’adesione piena con Bruxelles è al centro della scena politica albanese. A novembre l’Unione dovrebbe decidere se il paese è pronto per lo status di candidato ufficiale.

“Le nostre possibilità sono esigue”, spiega corrucciato Gjergj Erebara, reporter del quotidiano Shqip. “Il Partito democratico albanese al potere ha trasformato l’Unione in una lepre meccanica. La inseguiamo ma non ci è permesso raggiungerla, perché altrimenti dovremmo mettere fine alla corruzione e a tutta una serie di arrangiamenti locali. A novembre non ci sarà nessuna novità”.

Edi Rama, leader del Partito socialista albanese all’opposizione ed ex sindaco di Tirana, è deciso ad attaccare il partito al potere con tutte le sue forze. “Tutta l’Unione europea ha visto Sali Berisha truccare un’elezione dopo l’altra. Prima quelle parlamentari e poi quelle locali”, accusa Rama. Da tre anni i socialisti denunciano le macchinazioni del partito di Berisha per spiegare la loro sconfitta alle parlamentari del 2009 e hanno boicottato i lavori del parlamento per mesi. Quando nel gennaio 2011 i partiti d’opposizione hanno organizzato una grande manifestazione contro il governo, le forze di sicurezza hanno sparato sulla folla e ucciso quattro manifestanti.

“Ancora oggi nessuno ha pagato. Come può un paese dove accadono cose di questo tipo anche solo pensare di entrare a far parte dell’Ue?”, si domanda Rama. Erebara ammette che Berisha è un politico molto astuto. “È bravissimo a distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi reali”. Come nel caso del gay pride.

Edi Marku ha quasi 60 anni. Porta un cappello con visiera, di quelli che i gentiluomini della sua età amano indossare. E intanto regge un manifesto con su scritto “Giù le mani dal mio culo”. Marku e una delle decine di persone riunite fuori dal parlamento di Tirana per protestare contro la parata del gay pride.

“Vede, mi piacerebbe molto che l’Albania entrasse nell’Unione europea”, mi spiega. “L’Ue ci aiuterebbe a costruire strade, ci sosterrebbe finanziariamente e i nostri giovani potrebbero studiare all’estero. Io ho due figlie che studiano. Ma se il prezzo da pagare è aprire la porta ai degenerati, allora credo che dobbiamo pensarci più a fondo”.

Già in passato, nel 2009, nel paese c’è stato un feroce dibattito sulle minoranze sessuali. All’epoca Berisha, anziché rispondere alla rabbia e ai forti dubbi sulla regolarità delle elezioni, aveva scavalcato non soltanto i suoi elettori ma anche la maggior parte dei paesi dell’Ue dichiarandosi favorevole alla legalizzazione dei matrimoni omosessuali. L’opinione pubblica albanese esplose come un vulcano, ma dato che Berisha è alla guida di un partito conservatore che simpatizza con le organizzazioni musulmane, sulla scena politica non c’era nessuno che potesse approfittare del malcontento degli albanesi.

All’inizio di quest’anno, quando l’associazione Pink Embassy ha annunciato che avrebbe organizzato il primo gay pride a Tirana, tutti aspettavano la reazione del primo ministro.

“Tutti i giornalisti, come fanno sempre, hanno cominciato a cercare qualcuno che fosse contrario alla proposta”, racconta Erebara, “e hanno trovato il viceministro della difesa, secondo cui tutti i gay dovrebbero essere presi a calci”. Stati Uniti e Unione europea hanno reagito invitando l’Albania a rispettare i diritti dei gay, e così il dibattito si è spostato dall’adesione all’Ue all’omosessualità. “Davvero non abbiamo cose più serie a cui pensare?”, si domanda Erebara prima di elencare i problemi del paese: “la disoccupazione è al 15 per cento e i giovani istruiti non possono far altro che emigrare in Italia”. Alla fine la Pink Embassy ha deciso di rinviare la parata, temendo per la salute dei partecipanti.

In realtà l’entusiasmo degli albanesi per l’Unione europea non ha paragoni. In Turchia il sostegno pubblico all’adesione non supera il 50 per cento. In Serbia – paese che ha comprato il suo status di candidato consegnando al tribunale dell’Aia sospetti criminali di guerra come Milosevic, Karazic e Mladic – l’indice di gradimento dell’Ue è precipitato rapidamente. Persino la Croazia, prossima all’adesione, è più euroscettica dell’Albania.

“Il sostegno all’adesione è rimasto al 97-98 per cento per anni”, spiega Erebara. “Nessun altro paese nella storia dell’Unione ha registrato percentuali di questo tipo. Qui, diversamente dalla Turchia, persino i musulmani sono euro-entusiasti”.

Ma a cosa serve tutto questo entusiasmo se l’Albania non fa alcun passo avanti nei negoziati? “Sperano di entrare nell’Ue a credito”, spiega un diplomatico Ue. “Sono entrati nella Nato anche se non hanno rispettato i criteri d’accesso perché l’alleanza ha riconosciuto l’importanza strategica della posizione dell’Albania e ha chiuso un occhio. Ma non credo che stavolta possano farcela nello stesso modo. L’Albania è troppo lontana dagli standard dell’Ue, e dopo la crisi greca l’Europa sta diventando sempre più esigente. Di sicuro l’Unione compirà qualche nuovo gesto in favore di Tirana (gli albanesi possono già viaggiare nello spazio Schengen senza bisogno di visti, e il paese ha firmato un accordo commerciale vantaggioso) ma fino a quando il governo non si impegnerà seriamente a cambiare il paese, i negoziati non cominceranno”.

Indovina chi viene a cena?

La vita a Konispol si ferma alle 8 di sera. Gli aspiranti emigranti vanno a letto presto. Alle 4 del mattino si alzano, consumano la tipica colazione dei Bed&Breakfast locali (uova sode, un pomodoro, una pasta alla marmellata, caffè) e si preparano a partire per Gomenizza, dove arriveranno la sera.

Quelli che non riescono a dormire si radunano nel bar centrale del villaggio. Il diciassettenne Izeti Guri, che attraversa il confine ogni giorno per dipingere le barche in un vicino porto greco, mi racconta in inglese tutto ciò che ha scoperto sui suoi compatrioti seduti nella sala.

“Quello ha un fratello in Grecia e insieme gestiscono un’impresa di pulizie per uffici”, spiega indicando un uomo baffuto di mezza età. “Quell’altro ha una ragazza greca e racconta a tutti che la sposerà e avrà un passaporto Ue”. L’uomo, Jovan, mi spiega che con l’avanzare della crisi il disprezzo dei greci nei confronti degli albanesi si è trasformato in rispetto. “Soltanto un anno fa i genitori della mia fidanzata non volevano che avesse un ragazzo albanese. Non volevano nemmeno incontrarmi. Ora invece mi invitano a cena e mi chiedono se possono aiutarmi in qualcosa”.

“Come mai questo cambiamento?”

“Perché ora si sono resi conto che senza la nostra manodopera non ce la possono fare”.

Un altro uomo interviene nella conversazione “Solo noi possiamo salvare la Grecia ormai”, dichiara con la faccia seria. Gli altri annuiscono.

“Vede? il futuro di tutta l’Unione europea è nelle nostre mani. Ma voi bastardi non volete farci entrare”, conclude ridendo il giovane Izeti.