Ai primi di aprile, l’ex ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer aveva scritto che “la signora Europa si è trasformata in Frau Germania”, alludendo al fatto che Angela Merkel – considerata una statista europea – era caduta preda dell’egocentrismo nazionale. Angela Merkel di fatto aveva buoni motivi per non cedere alle pressioni provenienti dai mercati e dall’opinione pubblica europea. Esigere che il pacchetto di aiuti alla Grecia contenesse severe limitazioni e garantisse il coinvolgimento dell’Fmi ha sicuramente portato via tempo, ma è stato necessario. L’aiuto alla Grecia non è mai stato in discussione per Berlino, e non soltanto per garantire la stabilità dell’euro, ma anche per interessi nazionali. La bancarotta della Grecia, infatti, colpirebbe in primis gli istituti bancari tedeschi, ai quali Atene deve più o meno 40 miliardi di euro. Sarebbero i contribuenti tedeschi, in caso contrario, a subirne le ripercussioni negative.

Se oggi la Germania ha un problema con l’Europa non è per la sua insensibilità. Il suo scarso ottimismo europeo ha a che vedere con i cambiamenti in corso entro i confini europei, più che con il suo processo di re-nazionalizzazione e normalizzazione all’indomani dell’unificazione tra le due Germanie. Berlino deve ridefinire il proprio ruolo all’interno dell’Ue. Il problema è che le importanti premesse sulle quali si basava non valgono più. "La dinamica del coinvolgimento in Europa della Germania è sempre stata definita da grandiosi progetti: mercato comune, allargamento dell’Ue, moneta unica, costituzione europea. Oggi questo proposito emotivo e disciplinante nei confronti delle élite è venuto meno", spiega Rainder Steenblock, per lungo tempo consulente europeo dei Verdi.

Dal punto di vista tedesco tutti questi progetti avevano molto in comune. Prima di tutto equivalevano a un’idea di Europa nella quale Berlino si sentiva a proprio agio e si rispecchiava. Gli aspetti del federalismo, il principio di sussidiarietà, gli aiuti strutturali, una valuta europea modellata sul marco tedesco, l'introduzione di normative simili a quelle in vigore nel sistema politico tedesco, sono tutti diventati fondamentali per il funzionamento dell’Ue. La Germania è stata un esempio da seguire e ciò ha giovato sia all’Ue che alla Germania stessa. Anche il modello della presenza internazionale dell’Ue – la sua missione di potenza civilizzante e democratizzante – corrispondeva perfettamente alla cultura politica tedesca, diffidente nei confronti di qualsiasi forma di militarismo o di uso del potere.

In secondo luogo, queste pietre miliari dell’integrazione europea erano perfettamente in sintonia non soltanto con la ragione di stato della Repubblica Federale del dopoguerra ansiosa di mettere radici in occidente, ma anche con i suoi interessi sul breve periodo. Soprattutto, esse sono diventate un trampolino di lancio per l’economia tedesca. Tra il 2000 e il 2008, le esportazioni tedesche nella zona euro sono salite dal 19 al 25 per cento del Pil. L’allargamento verso Est e la scomparsa di rischi valutari hanno dato un ulteriore impulso alle esportazioni. Nel 2008 il “campione del mondo dell'export” ha raggiunto un’eccedenza record di 200 miliardi di euro.

Per interi decenni i modelli tedesco ed europeo sono andati perfettamente di pari passo. Anche se alcuni progetti, come l’euro o l’allargamento, hanno incontrato qualche resistenza da parte dell’opinione pubblica, le élite si sono rese conto che i passi successivi nella costruzione di una “Unione più stretta” erano fondamentali per la prosperità e la sicurezza della Germania. Oggi tutto ciò si è dissolto. “Più Europa” non è più il motore trainante per il modello tedesco. La crisi greca ha dimostrato che l’Europa non sta diventando affatto tedesca. Al contrario, gli strumenti che finora erano tornati utili ai tedeschi – l’indipendenza della banca centrale, l’obiettivo assoluto di una bassa inflazione, la piena sovranità in politica economica – stanno rapidamente perdendo significato.

Quale modello per la Germania?

Nell’ottica di Berlino sta per concludersi un importante periodo di integrazione europea. Il modello tedesco sta perdendo fascino agli occhi dell’Europa. Se ogni paese diventasse un campione del mondo nelle esportazioni, chi acquisterebbe i loro prodotti? Le restrittive clausole del Patto di stabilità – idea tedesca – che introducono penali per l’eventuale inosservanza dei requisiti di budget si sono dimostrate inefficaci, e d’altro canto non hanno neppure protetto l’Ue dalla crisi né hanno creato una convergenza economica in Europa. Oggi l’Ue si sta orientando verso una direzione che richiede non soltanto la leadership di Berlino, ma anche una profonda revisione del suo modo di pensare e di gestire la politica economica.

La Germania ha bisogno di una domanda interna più forte, di una maggiore spesa pubblica per l’istruzione, la ricerca e l’innovazione, di un più solido settore dei servizi: a crederlo sono i sostenitori di un nuovo modello di crescita economica tedesca. Nella classifica dell’innovazione, pubblicata l’anno scorso dall’Istituto tedesco per la ricerca economica (Diw Berlin), Berlino si collocava soltanto al nono posto tra 17 paesi sviluppati e tra gli ultimi per ciò che concerne i finanziamenti al sistema della pubblica istruzione e della ricerca universitaria. La politica orientata verso i settori industriali tradizionali (automobilistici, chimici e ingegneristici) che beneficiavano dei ricchi proventi delle esportazioni, dei sussidi per la ricerca, dei bonus fiscali e di particolari protezioni da parte del governo è solo il ricordo di un’epoca ormai conclusa. "La Germania dovrebbe finalmente iniziare a dire addio alle sue beniamine, le automobili a benzina", scrive nel suo libro intitolato Was aus Deutschland werden soll il commentatore economico Uwe Jean Heuser. Come dire che il futuro è altrove, nelle tecnologie avanzate e in una forza lavoro iperqualificata.

Il problema europeo della Germania non scaturisce più da qualche desiderio di neo-guglielmismo, bensì da una debolezza concettuale che rende difficile per la Germania rivestire il ruolo di leader. Berlino è sulla difensiva dal punto di vista ideologico, perché non sa esattamente quale sia la strada migliore da imboccare. Il fatto che il dibattito interno sul futuro del modello economico sia coinciso con grandi sfide in questo ambito nell’Ue non rende certo le cose più facili per i tedeschi. Ma è in ogni caso paradossale che un’Europa meno tedesca possa rivelarsi un vantaggio per la Germania stessa. La vera questione, ora, è capire quanto rapidamente se ne renderanno conto anche i tedeschi. (ab)