Forse, la cosa più seccante di Julian Assange (sì, lo so, l’elenco è lungo) è che rischia quasi di mettere in buona luce il mandato d’arresto europeo (Eaw, European Arrest Warrant).

Può darsi che la mia memoria faccia difetto, ma non mi sembra di ricordare che qualcuno dei suoi sostenitori abbia criticato il sistema di estradizione ultrarapido dell’Ue quando una decina di anni fa se ne discusse. Del resto, la cosa non dovrebbe stupire più di tanto, tenuto conto che la maggior parte dei suoi estimatori appartiene a quel genere di persone che accoglierebbero entusiasticamente qualsiasi cosa provenga da Bruxelles.

Indubbiamente, costoro considerano strabici eurofobi quanti si opponevano alla creazione di un’area giuridica europea comune. Ma forse, dopo tutto, avevamo ragione noi.

La montatura che caratterizza il caso Assange ha inferto un duro colpo all’Eaw. Tra tutto il chiasso e l’agitazione per la “caccia alle streghe” statunitense e la pervicace prepotenza della Gran Bretagna post-colonialista, dovremmo tenere a mente il nocciolo della questione: si sta parlando infatti di un uomo che sta cercando di evitare di essere estradato per rispondere di gravi accuse relative a reati di natura sessuale.

Il mandato è stato emesso dalla Svezia nel 2010 e nel febbraio dell’anno scorso la Corte dei magistrati della città di Westminster ha disposto l’ordine di “resa giudiziaria”. I consulenti legali di Assange hanno iniziato ad affrontare una serie di confronti che li hanno portati direttamente alla Corte Suprema.

In particolare, i suoi legali hanno messo in discussione la validità stessa del mandato, in quanto era stato emesso dalla procura di Stoccolma invece che da un giudice, come prevede l’Extradition Act 2003. Altra contestazione proveniente dai difensori di Assange è che il loro assistito è accusato di reati che nel Regno Unito potrebbero non esserlo. Un tempo era una garanzia fondamentale prevista dalla legislazione britannica che nessuno fosse spedito presso un’altra giurisdizione per qualcosa che non è considerato un reato nel paese. Questa garanzia si chiama principio della doppia incriminazione.

Quando fu redatto l’Eaw, tale principio fu revocato per una sfilza di 32 reati. Tuttavia, nel caso di Assange, le accuse che gli sono state mosse sarebbero riconducibili a un reato in territorio britannico. Il mandato di arresto descrive con precisione quattro presunti reati diversi: uno di coercizione indebita, due di molestie sessuali e uno di stupro.

La principale omissione dell’Eaw è che nessuno ha il potere di prendere in considerazione se gli svedesi abbiano costruito un caso di prima facie per l’estradizione. Si presume che le udienze saranno una pura formalità, perché si dà per scontato che i sistemi legali di tutti i paesi firmatari comprendano le medesime garanzie e riflettano le stesse priorità culturali condivise.

Eppure le cose non stanno proprio così, in quanto la maggior parte delle giurisdizioni del continente non contempla l’habeas corpus. Quindi diventa possibile essere incarcerati per mesi o anche anni mentre l’indagine prosegue in attesa che sia chiaramente formulata un’accusa formale.

Qui tutto ciò non può accadere. Decidendo di applicare l’Eaw, il governo laburista di Tony Blair di fatto ha messo in disparte un pilastro fondamentale della legge britannica, qualcosa che il caso Assange ha ancora una volta portato alla ribalta. Ma Assange non è stato in grado di sperimentare se sotto il vecchio sistema sarebbe stato estradato.

I suoi avvocati per questo dovrebbero consegnare un ordine esecutivo di habeas corpus quando si arrenderà alla polizia, come alla fine sarà costretto a fare. Se la corte si rifiuterà di accoglierlo, ci renderemo finalmente conto di quanto a fondo saranno state erose le nostre antiche tutele.