Robert Fico e i suoi seguaci del partito nazionalista slovacco hanno fatto la voce grossa. Noi invece cerchiamo di mantenere il sangue freddo e di mettere in chiaro alcune cose. Il parlamento ungherese vuole approvare una legge sulla doppia cittadinanza, che potrebbe essere accordata a tutti i madrelingua magiari che vivono al di là delle frontiere e ne faranno richiesta a livello individuale, grazie a una procedura rapida.

La modifica alla legge attualmente in vigore avverrà seguendo l’esempio romeno. Importante, tuttavia, è far presente che la questione è affrontata nello stesso modo in Slovacchia, in Serbia e in numerosi paesi europei. Giacché gli ungheresi di Transilvania, Slovacchia, Voïvodina e Ucraina hanno chiesto la doppia cittadinanza, tramite i loro legittimi rappresentanti, il governo ungherese ha l’obbligo morale di concederla.

Non è un caso che soltanto Bratislava critichi questo provvedimento. Bucarest e Belgrado lo hanno accolto con comprensione, mentre Kiev ha accordato il suo tacito consenso. La politica di Robert Fico e del suo partner di coalizione (il Partito nazionale slovacco, estrema destra) lasciava del resto presagire questa acrobazia bella e buona, anche se l’affermazione sulla sicurezza nazionale slovacca pare ispirata da pura follia. Tuttavia, contrariamente alla legge sulla lingua slovacca (che impone di utilizzare lo slovacco nelle amministrazioni, con la sola eccezione dei comuni nei quali oltre il 20 per cento della popolazione sia di lingua ungherese), la legge sulla cittadinanza ungherese non minaccia a nessuno. Molti hanno compreso questo messaggio e benché la campagna legislativa sia al suo clou, l’opposizione di centro-destra non si è allineata a Fico.

Non è forse lontano il momento in cui la maggioranza degli elettori slovacchi comprenderà che la chiassosa “magiarofobia” di Fico non torna utile agli interessi della Slovacchia, bensì a quelli di coloro che si rallegrano per i battibecchi dell’Europa centrale. Ma non facciamoci illusioni: l’Unione Europea resta formata da popoli dell’est e popoli dell’ovest. Il sorriso dei dirigenti politici occidentali nasconde la condiscendenza che provano nei confronti dei “questi popoli post-comunisti”.

Gli interessi degli altri

Per loro questa regione segnata dall’era comunista è prima di ogni altra cosa eccellente un mercato e questo approccio esclude a priori qualsiasi forma di solidarietà. Le grandi potenze occidentali che guidano l’Ue e il continente secondo i loro interessi economici non vogliono un'Europa centrale forte e unita sugli interessi comuni.

Nell’autunno scorso il presidente francese, ferito nel suo amor proprio, si era lamentato che i quattro paesi del Gruppo di Visegrád [Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria] avessero convocato una riunione prima del summit europeo, esortando a non trasformare in abitudine queste concertazioni preliminari. L’inquietudine dei francesi dovrebbe essere un incoraggiamento per la nostra regione. Intorno a una direttrice nord-sud, dalla Polonia alla Slovenia passando attraverso la Romania, la realizzazione di infrastrutture, la cooperazione energetica, lo sfruttamento dei mercati limitrofi, la rappresentazione comune degli interessi agricoli, questi paesi potrebbero diventare una sorta di contrappeso a est del continente, e ciò gioverebbe a tutta l’Unione.

Quanti anni occorreranno ancora prima che gli uomini politici della nostra regione capiscano, senza più cadere nelle trappole di futili diverbi, che bisogna difendere i veri interessi nazionali? Fico e i nazionalisti ungheresi inchiodati al loro passato difendono invece gli interessi di chi non vuole che questa regione possa mai rappresentare una forza unita e occupare il posto che merita nell’Europa comune. (ab)