Milada Jędrysik: La crisi greca è davvero così grave? Richiamo la disintegrazione della zona euro?

Ivan Krastev: La crisi è grave. Per la prima volta nella zona euro esiste il rischio di insolvenza di uno stato. La Grecia è il primo vero test dell'euro. Questo caso ha mostrato la contraddizione che è alla base di questa crisi: la sfera economica ha bisogno di un rafforzamento dell'integrazione europea. Ma la tendenza politica va in direzione opposta, poiché l'opinione pubblica è sempre più scettica.

In che misura questa crisi ha diviso l'Europa?

La divisione Est-Ovest è stata sostituita dalla divisione Nord-Sud. Paesi come l'Estonia e la Polonia sono molto più vicini alla Germania che non l'Italia o la Spagna. I paesi del nord sono meno disposti alla redistribuzione delle ricchezze e non vedono di buon occhio la Grecia per quello che ha fatto.

La divisione Nord-Sud è solo la più importante di numerose divisioni. Stiamo assistendo alla creazione di nuove alleanze, al centro delle quali la Francia cerca di trovare la propria posizione. La seconda divisione è tra la zona euro e e il resto del mondo. Adesso abbiamo due Europe, anche se i nuovi paesi dell'Ue e altri paesi periferici si sono battuti per evitare questa situazione.

L'altra divisione è quella che esiste fra paesi grandi e piccoli. Per dieci anni abbiamo vissuto in una finzione che aveva il vantaggio di essere politicamente corretta: si dava l'impressione che Grecia e Germania avessero gli stessi diritti. Adesso non si può più fare finta che i grandi non siano grandi e i piccoli non siano piccoli.

La quarta e importante divisione è quella che separa i paesi governabili da quelli che non lo sono.

Quali paesi mette in quest'ultima categoria, a parte la Grecia?

La Spagna, l'Italia, la Bulgaria e la Romania. Gli ultimi due sono un po' più preparati a stringere la cinta, perché è quello che hanno fatto negli ultimi dieci anni per entrare nell'Unione. Non è il caso della Grecia o del Portogallo, caratterizzati da un problema di gestione politica. I loro sindacati sono potenti e la società politicizzata pensa in termini di privilegi irrealistici.

In Europa del nord c'è un sentimento antieuropeo legato al fatto che l'Ue non tratta tutti i suoi membri nello stesso modo. I tedeschi hanno punito la cancelliera Angela Merkel in occasione delle elezioni in Nord Reno-Westfalia [il 9 maggio], per la troppa indulgenza dimostrata nei confronti della Grecia. Il discorso è stato simile nei Paesi Bassi in occasione delle ultime elezioni [amministrative, svoltesi a marzo]. I partiti radicali dichiarano apertamente di essere stufi di questa redistribuzione. La protesta greca è diversa e si batte contro l'idea di diventare una sorta di protettorato. Si tratta di un fenomeno tipicamente anticolonialista.

Queste due tendenze diventeranno dominanti nella politica, e questo significa che l'Ue sta perdendo le sue basi politiche. Se a questo si aggiunge il problema demografico – l'economia europea ha bisogno di un numero maggiore di immigrati rispetto a quello che la politica europea può sopportarne – è facile rendersi conto della gravità del problema.

Che cosa dovrebbero fare i politici per salvare l'Europa comune, presupponendo che ne siano ancora capaci?

Gli esperti sono d'accordo nel ritenere che ci voglia un'integrazione più forte delle politiche economiche. Il problema è come vendere questo principio all'opinione pubblica. Nei paesi entrati per ultimi nell'Ue, questo è stato possibile per molto tempo, senza reazioni negative per i politici in occasione delle elezioni.

Questo perché i politici avevano qualcosa da promettere, non solo lacrime e sangue.

È proprio questo il problema. Tutto fa paura e nessuno promette nulla. L'Europa si sta emarginando sotto i nostri occhi ed è trattata come un'emarginata. Essa stessa si considera come tale. Solo due anni fa tutti pensavano che l'Europa fosse il miglior posto del mondo dove vivere, ma non il posto migliore per avere dei sogni. L'Europa è il presente, non il futuro. Dobbiamo dire ai cittadini europei a cosa assomiglierà la loro vita in un futuro prossimo. Gli europei sono abituati ai diritti civili e al loro tenore di vita. La difesa di questo è la difesa dell'Unione.

Quindi se vogliamo continuare a vivere come prima, andare in vacanza in paesi esotici, avere una bella macchina e una casa decente, dobbiamo sostenere l'Unione.

Bisogna dirlo in modo molto chiaro. La Germania non può più difendere da sola il suo stile di vita, senza parlare della Bulgaria o della Romania, per i quali è solo un'aspirazione.Il discorso dominante nell'Unione non può limitarsi alla discussione su procedure e istituzioni. Dobbiamo tornare alla politica di una volta, costruire fiducia, spiegare ai cittadini. Ci sono delle possibilità in questo senso, ma non bisogna farlo di nascosto all'opinione pubblica. La sua rabbia esploderebbe, non perché è contro una riforma economica, ma perché è più facile protestare contro il complotto delle élite che fare qualcosa di costruttivo. Le élite devono capire che l'unico mezzo per salvare il progetto europeo è rendersi conto che non possono farlo da sole. Negli anni cinquanta c'era fiducia nelle élite, che condividevano un'esperienza comune con il resto dei cittadini. Oggi le cose sono cambiate. (adr)