“Pensarci sempre, non parlarne mai”. In Francia questa è la sorte che tocca all’Europa, come fu tra il 1870 e il 1918 per l’Alsazia e la Lorena. L’argomento è tabù, ed è meglio non farne parola con il popolo francese. Pertanto François Hollande ha scrupolosamente evitato di parlare di Europa quando il 9 settembre ha presentato a TF1 la sua “agenda del risanamento 2014”, che nelle intenzioni dovrebbe prescrivere la rotta da seguire nella prima parte del suo mandato quinquennale.

Tuttavia, a guidare l’operato del presidente è proprio l’agenda europea. L’euro è in bilico, e anche la Francia. Se la crisi si aggravasse, la Francia potrebbe andare incontro allo stesso destino dell’Italia ed essere presa d’assalto dai mercati finanziari. Se si mitigasse, potrebbe ugualmente andare incontro allo stesso destino dell’Italia, dato che i mercati scoprirebbero che le condizioni di salute dell’economia francese non hanno nulla da invidiare a quelle della Penisola, seconda potenza industriale del continente.

Se il presidente francese elude il tema Europa, è perché questo tema non è in grado di costituire un orizzonte politico. Il contrasto è netto rispetto a François Mitterrand, che nel 1983 – dopo due anni di errori in campo economico – optò per la svolta del rigore. L’Europa invece del socialismo. Così facendo, François Mitterrand ancorò solidamente la propria politica a un duplice orizzonte, francese ed europeo. L’Europa – che secondo il trattato di Roma avrebbe dovuto forgiare “un’unione sempre più stretta tra i popoli europei” – era un’utopia, ma un’utopia dalle conseguenze assai reali, che doveva consentire alla Francia di imboccare la strada della modernizzazione. Così, nel 1986, l’atto unico sceglie come punto d’arrivo la realizzazione nel 1992 del grande mercato. In seguito, il trattato di Maastricht dà il via all’iter che porterà all’euro, che deve essere creato nel migliore dei casi nel 1997, al più tardi nel 1999, e costringerà i paesi candidati a far confluire le proprie politiche economiche.

Questo metodo del conto alla rovescia, che ha consentito di predisporre anche l’allargamento ai paesi dell’est nel 2004, è effimero. L’Europa si è spaccata in mille pezzi per i propri fallimenti e la propria crisi di legittimità, di cui si è preso atto nel 2005 con il duplice “no” dei francesi e degli olandesi alla Costituzione europea. La crisi dell’euro, che attesta un’incapacità quanto meno temporanea da parte dell’Europa a difendere i popoli e a garantire loro il benessere, non fa che confermare questa sfiducia.

Sarebbe solo apparenza, per François Hollande, ispirarsi all’ultimo tentativo utopistico europeo, la cosiddetta agenda di Lisbona. Lanciata nel 2000, in piena bolla delle dot-com, questa agenda entro il 2010 avrebbe dovuto fare dell’Europa “l’economia della conoscenza più competitiva e più dinamica al mondo”. Si puntava a sorpassare la superpotenza americana. Non si fissarono obblighi, e la faccenda andò a rotoli, con l’unica nobile eccezione del cancelliere tedesco Gerhard Schröder che nel 2002 decise di statalizzare l’ambizione di Lisbona lanciando una propria agenda 2010. Senza Europa. In Germania, ma con il successo che conosciamo.

François Hollande riuscirà a ricalcarne le orme? Il suo intervento su TF1 in effetti qualche ispirazione schröderiana l’aveva. Ma il cancelliere aveva indicato un obiettivo a lungo termine, condiviso all’unanimità dal suo paese: ripristinare la competitività tedesca, per tornare a farne un fuoriclasse industriale e nel settore delle esportazioni.

François Hollande, invece, non ha un vero e proprio progetto a lungo termine che possa rivendicare come suo, e ciò spiega la particolare debolezza della sua dialettica. Il presidente presenta la propria agenda di riforme come una parentesi di due anni, un momento difficile da superare, che permetterà in seguito di avere “una società più solidale”. Ma non dice nulla sul futuro della Francia in Europa e sulla globalizzazione. Nella crisi, la maggior parte dei paesi in difficoltà adotta il modello delle riforme alla tedesca. Liberamente o per coercizione. E la Francia si ritroverà davanti questa stessa scelta.

Spagna o Germania?

Questa è l’analisi dell’ex primo ministro Jean-Pierre Raffarin. “A un certo punto si chiederà ai francesi di scegliere tra i Pirenei e il Reno, di essere come i tedeschi o gli spagnoli”, assicura il senatore dell’Ump. E proprio un allineamento con la Germania è stato a gennaio l’effimero fulcro della campagna per la presidenza di Nicolas Sarkozy. Dopo aver deriso la politica di Berlino, da lui considerata sacrificale, ne ha poi fatto un modello da copiare. L’argomentazione fu presto messa in disparte a causa del suo effetto più che incerto sulle intenzioni di voto. Per un presidente di sinistra è ancora più difficile sostenerla.

Da questo punto di vista Hollande non si esprime, tanto sul piano nazionale quanto su quello europeo. Sul versante europeo, il presidente spera che l’Unione porti a termine con successo la corsa a ostacoli che ha davanti, con tutta la lagna dei bailout, delle elezioni, dei verdetti costituzionali, così da permettere finalmente agli investitori di imboccare di nuovo la strada verso il sud dell’Europa. Spera che questa tregua europea gli consenta di recuperare un piccolo margine di manovra nazionale per portare a buon fine la propria agenda biennale.

Soltanto in seguito, quando avrà dimostrato la propria efficienza superando la crisi, l’Europa potrà diventare un orizzonte difendibile. A quel punto verrà il momento di riflettere su una nuova legittimazione da parte dei popoli europei dell’intero progetto. I francesi hanno paura a ripetere l’esperienza dei referendum europei. Ma la faccenda tornerà a essere ineluttabile quando le regole si saranno evolute al punto che alle autorità tedesche non resterà altra scelta che consultare il popolo.