A gennaio, quando la Spagna presidente di turno dell'Unione europea aveva chiesto di rafforzare la cooperazione economica all'interno dell'Unione europea e di imporre sanzioni agli stati troppo indebitati, il primo ministro Zapatero era stato sommerso dalle critiche.

Poco tempo dopo però, quando il virus della crisi ha cominciato a minacciare l'intera zona euro, il coordinamento è diventato un'idea molto di moda a Bruxelles. "Le crisi sono i migliori veicoli per le riforme", dicono oggi i diplomatici europei. La nota dolente è che le riforme future possono dividere l'Ue un circoli di paesi più o meno integrati, e la Polonia (e altri "nuovi" membri) dovranno battersi per evitare di essere messi nella categoria inferiore.

I cambiamenti in corso, accelerati dalla crisi greca, sono sempre più frutto delle decisioni prese di tedeschi e francesi, che hanno scavalcato la Commissione europea. La zona euro, diventata il nocciolo duro dell'Unione, ha creato un fondo intergovernativo con sede in Lussemburgo [il Fondo europeo di stabilità], destinato a concedere un aiuto finanziario (con una partecipazione minima di Bruxelles) ai paesi della zona euro che dovessero provare gravi difficoltà finanziarie.

Uno per tutti, tutti per uno. L'accordo su questo fondo modifica di fatto i trattati dell'Ue, ha dichiarato di recente Pierre Lellouche, ministro francese per gli affari europei. Inoltre, nonostante una certa reticenza di Berlino, i francesi sono favorevoli alla creazione di un consiglio permanente dei paesi dell'Eurogruppo che coordinerà le politiche economiche e di bilancio.

La Germania vorrebbe punire più severamente i paesi colpevoli di una politica di bilancio troppo generosa, sospendendo i versamenti dei fondi dell'Ue (compresi i fondi strutturali). Ma anche se la cancelliera Angela Merkel assicura che le riforme dovrebbero riguardare l'insieme dei ventisette Stati membri dell'Ue, è difficile immaginare che un tale sistema di sanzioni possa essere accettato da Londra, sempre molto attenta a salvaguardare la sua sovranità e i suoi diritti nell'Unione. E se il coordinamento economico si dovesse rivelare impossibile per tutti i ventisette membri, è possibile che venga limitato alla zona euro. È poco probabile, infatti, che la Germania rinunci a battersi per la stabilità dell'euro, dichiara un alto diplomatico dell'Ue.

Angela Merkel e Nicolas Sarkozy hanno posizioni divergenti sulle riforme da adottare, ma tedeschi, francesi e olandesi sono sempre più diffidenti nei confronti della Commissione europea. Alcune voci critiche affermano che la Commissione ha fallito nella sua missione di controllo nei confronti di Atene, che da anni falsificava i suoi dati statistici, e criticano l'eccessiva passività di Bruxelles, che non è stata capace di reagire immediatamente alle prime avvisaglie della crisi finanziaria.

La Commissione perde terreno

D'altra parte, da diversi anni la Commissione chiedeva una valutazione degli orientamenti di bilancio dei vari stati membri. In un primo tempo i ministri delle finanze hanno accettato questa idea, escludendo però che la Commissione vi partecipasse. L'Unione europea deve fare i conti con una crisi di fiducia che la corrode tanto dall'interno che dall'esterno, osserva il politologo austriaco Paul Luif.

La riduzione del ruolo della Commissione e delle altre istituzioni comunitarie rende più fragili le procedure che dovrebbero assicurare la partecipazione di tutti gli stati membri al processo decisionale dell'Ue. In occasione dei dibattiti sul fondo di aiuto di emergenza, per esempio, non ha avuto molto importanza il numero di voti al Parlamento europeo o al Consiglio europeo di questo o quel paese, ma l'opinione dei principali fornitori di capitali e la loro diagnosi della crisi.

"Dopo la mia elezione a capo del Consiglio europeo sono stato definito un grigio topo belga. Oggi invece voglio dire che le mie competenze sono aumentate. Un progresso incredibile in soli cinque mesi", ironizza Herman Van Rompuy, che si sta imponendo sul presidente della Commissione, Barroso. E di fatto è al belga e non al portoghese che i paesi membri affidano i lavori sulle riforme anticrisi.

Lo sviluppo della cooperazione economica e l'applicazione di sanzioni nella zona euro accresceranno inevitabilmente ancora di più le divisioni nell'Unione, favorendo un'Europa a due velocità in cui i paesi al di fuori della zona euro rischiano di rimanere membri periferici, meno integrati e meno ascoltati. La Polonia e la Svezia mettono in guardia contro questo scenario. Ma possono veramente bloccare il processo? Possono rallentare l'integrazione del nocciolo duro dell'Unione, per fare in modo che non impedisca l'adesione della Polonia all'euro?

Il concetto di velocità diverse è negativo, perché proviene da un'epoca ormai superata. Oggi nessuno cerca esplicitamente la creazione di un nocciolo duro nell'Unione: il problema è solo salvarsi dalla crisi. Non deve sorprendere quindi che i paesi più importanti dell'Unione europea non guardino con favore i funzionari di Bruxelles e cerchino di elaborare proposte alternative. E talvolta preferiscono discuterne al di fuori delle strutture comunitarie, riconosce un diplomatico polacco. Piuttosto che sbloccare l'approfondimento del coordinamento economico, Varsavia dovrebbe cercare di raggiungere i paesi di testa e saltare non appena possibile su questo "treno ad alta velocità". (adr)