Malgrado tutti gli sforzi degli eurocrati di Bruxelles e dei collaboratori interni, questo paese resta pur sempre un’isola di vera libertà in un mondo che si sta dirigendo, con varie proibizioni e normative dirette, verso la schiavitù, e mi si passi il termine.

Facile dunque prevedere che altri, alla stregua di Leoš Heger, il ministro ceco della sanità, cercheranno di sfruttare la crisi attuale colpendo il mercato dei superalcolici e ponendo limiti a un diritto per il quale nelle piazze di tutto il paese si arrivò alcuni anni fa a combattere: l’accesso libero e illimitato a qualsiasi genere di bevanda alcolica, sempre e ovunque, notte e giorno. Vorrei che fosse così.

Questo parziale proibizionismo, promulgato il 21 settembre, venerdì sera, in uno stato di assoluta costernazione, non potrà andare avanti per sempre. La fine del proibizionismo, al contrario, potrebbe diventare l’occasione giusta per iniziare a parlare seriamente di mantenerne in vigore almeno una parte, perché ci sono buoni motivi per farlo e perché darebbe un notevole slancio in avanti al paese verso la civiltà.

Indubbiamente si leveranno voci secondo cui “il proibizionismo non risolve nulla” e sentiremo innumerevoli esempi da tutto il mondo di come qualsiasi sforzo fatto per limitare l’accesso ai superalcolici sia fallito, come sia stato aggirato, come abbia incoraggiato il fiorire del mercato nero. Su Facebook ci sono state varie allusioni spiritose e ci si è chiesti se Miroslav Kalousek (il ministro ceco delle finanze che ha la reputazione di uno che ama molto bere) fosse la persona più indicata per predicare sui rischi di un facile accesso agli alcolici.

Forse Kalousek non sarà la persona più indicata, ma stavolta ha ragione. E anche se nel dibattito sarà sicuramente utile dare ascolto agli scettici, nella situazione contingente faremmo meglio a guardare a quei paesi nei quali gli alcolici sono trattati per quello che sono: una droga alquanto pericolosa, che forse differisce dalle droghe illegali soltanto perché lo stato guadagna grazie alle tasse che incassa dalle vendite.

Ma in Repubblica Ceca, questo “paradiso liberale”, la situazione è andata leggermente fuori controllo. Non si tratta di un’eccezione sporadica, ma della regola della versione ceca di concetto di “libertà”. Ciò potrebbe essere messo in relazione ad altre cose molto caratteristiche della Repubblica Ceca, come il numero dei casinò – superiore a quello di qualsiasi altro paese europeo – e dove si è liberi di far fuori il proprio stipendio e i sussidi sociali, o anche la strenua resistenza con la quale si combattono i “trend di moda”, che ci potrebbero impedire di goderci una sigaretta dopo pranzo proprio sotto il naso degli altri commensali in un ristorante affollato. Più che un’isola di libertà, tutto questo somiglia a un museo rustico all’aria aperta, dove chiunque può trovare un po’ di pace. Forse però, è tempo di guardare altrove.

Chiunque voglia rischiare di diventare cieco o anche suicidarsi con la vodka illegale potrà sempre tirarla fuori, anche se la vendita di alcolici pesanti sarà esplicitamente proibita, ma riuscirci potrebbe diventare leggermente più difficile. Dopo tutto, con chi ama correre rischi del genere ci saranno sempre spese che i suoi versamenti al ministero delle finanze non copriranno. Lo stesso vale per molti casi di “alcolismo ordinario”.

Vietare che i chioschi in strada vendano superalcolici potrebbe essere un primo passo significativo. In seguito potremmo iniziare a chiederci se non valga la pena sperimentare il modello adottato dai paesi – che sicuramente non si considerano stati totalitari – dove gli alcolici si vendono soltanto in appositi esercizi specializzati, con tanto di licenza, esclusivamente in alcune ore della giornata e sicuramente non dopo le tre e mezza di notte. Qualsiasi soluzione sarebbe meglio rispetto alla situazione attuale.

Ciò implica che oltre a questa repressione ufficiale lo stato sia in grado di espletare anche le sue altre funzioni, che negli ultimi anni è andato trascurando pur in presenza di preoccupanti segnali, e di combattere il mercato nero con lo stesso zelo con cui persegue i piccoli coltivatori di marijuana. Perché in fondo questo è un problema che non ha davvero niente a che vedere con la “libertà”.