Alla vigilia del mondiale le squadre europee monopolizzavano il tabellone delle favorite per la vittoria finale. Dopo le prime due giornate, invece, il vecchio continente si ritrova impantanato in fondo alle classifiche dei gironi e sommerso dalle critiche, che si focalizzano soprattutto sul suo aggettivo: "Vecchie idee, vecchie abitudini, vecchi errori, che tutti conoscono. Ma che conserviamo gelosamente", nota Paolo Mastrolilli su La Stampa.

La scena è familiare: "La cacofonia a cui ci hanno abituato le riunioni di Bruxelles è apparsa all’improvviso riprodotta sotto forma di farsa sui campi di calcio del Sudafrica. Le vecchie potenze appaiono incerte." Nella delusione, le squadre riproducono i vizi propri del carattere nazionale: riottosi i francesi, ipercritici gli inglesi, illusi gli spagnoli, troppo rigidi i tedeschi. E l'Italia, nel calcio come altrove, ha messo da parte i talenti per favorire vecchie glorie e grigi yes-men.

Così, il calcio si trasforma in una metafora delle dinamiche globali: "la grande Europa sta dando l’impressione di un continente fermo, timoroso, preoccupato di non perdere quello che ha invece di conquistare qualcosa di nuovo. [...] La società globale non ha più pazienza con chi punta i piedi e frena, invece di correre, sperimentare, mettersi in gioco. Volta le spalle e ci lascia indietro."