Nel grande circo delle conferenze mondiali, le riunioni della Commissione internazionale per la caccia alle balene (Iwc) sono sempre sembrate una burla. In effetti, i suoi convegni hanno prodotto ancor meno risultati dei summit sul clima o dei negoziati di pace in Medio Oriente. Di anno in anno i componenti di tale commissione si danno appuntamento nei posti più belli del pianeta per dichiarare di non avere nulla di preciso da dirsi. Quest’anno, tuttavia, pare profilarsi un compromesso, per la prima volta dopo la moratoria mondiale sulla accia alla balena approvata nel 1986. Il presidente della commissione, il cileno Christian Maquieira, ha proposto di autorizzare le nazioni che praticano ancora questo tipo di pesca a limitarsi a una soglia di 1400 esemplari all’anno per i prossimi dieci anni. E poi basta.

La Commissione baleniera era stata creata dopo secoli di caccia sfrenata ai cetacei per cercare di organizzare uno sfruttamento duraturo dei mammiferi marini. Ma nel 1968 la Iwc decise di vietare la caccia alla balena, tenuto conto che la maggior parte dei paesi che ne facevano parte, dalla Germania agli Stati Uniti, vi avevano già rinunciato. Il progresso tecnico, infatti, permetteva già di fare a meno delle materie prime che si ricavano da questo mammifero. Per gli altri paesi, però, questa decisione fu un autentico schiaffo morale. In effetti, l’istituzione alla quale avevano aderito per poter pescare nel rispetto delle regole aveva effettuato una radicale inversione di rotta, trasformandosi in un ente per la protezione dei grandi cetacei. Rifiutando di sottomettersi alla volontà della maggioranza, questi paesi avevano deciso di aggirare il veto imposto alla caccia alle balene.

Sono ormai trascorsi vari decenni, ma queste due posizioni irreconciliabili continuano a scontrarsi. Gli uni considerano le balene una risorsa pura, allo stesso titolo delle aringhe o dei gamberetti, mentre per gli altri questo mammifero ha raggiunto ormai lo status di animale sacro. In Europa e in America settentrionale la gente si appende in camera manifesti di balene e partecipa alle crociere di avvistamento proposte dalle agenzie di viaggio di tutto il mondo. Per molti di loro le balene sono diventate gli angeli della nuova religione laica ecologista; esseri superiori, messaggeri di Madre Natura in persona. Gli zoologi sono più cauti: le balene sono sì creature intelligenti, ma non più delle volpi o dei cinghiali, braccati dai cacciatori di tutto il mondo.

Specie in ripresa

Col passare degli anni, i membri della Commissione si sono fatti sempre più eccentrici: il Giappone non esita a usare la diplomazia e promuove l’adesione alla commissione delle piccole isole che condividono la sua posizione. Sull’altro versante, invece, chi si oppone categoricamente alla caccia alle balene ha rafforzato le proprie fila grazie all’adesione di paesi addirittura privi di accesso al mare, ma in ogni caso favorevoli a proibire la pesca alla balena. Difficile dunque spiegare ai sostenitori dello sfruttamento duraturo che cosa abbiano a che fare con la Commissione baleniera paesi come Svizzera, Lussemburgo, Austria o Ungheria.

Dato che le baleniere ancora in attività non catturano più di duemila esemplari all'anno, la popolazione dei cetacei è tornata a crescere. In alcuni casi, come per la balena nera dell’Atlantico settentrionale, di cui restano ormai soltanto 350 esemplari, troppo lentamente. In altri casi, invece, più velocemente, per esempio nel caso della balena di Minke che beneficio della scomparsa delle specie più grosse e conta ormai mezzo milione di esemplari in più. Dal punto di vista della protezione della specie non c’è nulla da obiettare alla caccia alla balena, ma i difensori dei diritti degli animali avrebbero di che protestare per l’uso di arpioni esplosivi che non sempre uccidono le balene sul colpo, ma le lasciano agonizzare a lungo e inutilmente. Ma questo vale anche per le volpi e i cinghiali. (ab)