In questi giorni l'Unione europea sta vivendo un colpo di stato antidemocratico, ma apparentemente nessuno ha niente da ridire, né in Portogallo né negli altri paesi europei. Soltanto in Gran Bretagna, culla della democrazia più antica e radicata del mondo, c'è chi protesta e resiste. Sto esagerando? Non penso. Quello che chiamo "colpo di stato transeuropeo" – e vi assicuro che sto pesando le parole con attenzione – consiste in un tentativo di violazione della sovranità nazionale, che infrangerà gli equilibri del trattato di Lisbona e umilierà i parlamenti dei diversi stati. I provvedimenti in questione vengono presentati all'opinione pubblica come importanti passi avanti sulla strada di un'integrazione europea sempre maggiore e come un primo fondamento del "governo economico" paneuropeo. In nessun momento, però, gli elettori sono stati chiamati a pronunciarsi su questo tema. E nemmeno hanno mai manifestato la volontà di farlo.

Convinti che quando si percorre un rettilineo non ci si debba mai fermare, oggi ci prepariamo a fare il passo più lungo della gamba. Un passo che potrebbe portare al collasso dell'Europa, indebolita da una spaccatura insanabile tra le élite federaliste e gli gli elettori, che quasi non si riconoscono nello spazio e nelle regole delle differenti democrazie nazionali.

Non c'è più una corrispondenza tra lo spazio all'interno del quale i cittadini credono di avere qualcosa da dire – piaccia o no, questo spazio è ancora e resterà sempre lo stato nazionale – e quello in cui vengono prese le decisioni: decisioni che sono sempre più impopolari.

L'Ue e il rinnovamente mancato

L'Unione europea non sembra all'altezza della più importante delle sfide democratiche: non è in grado di rinnovare in modo pacifico il proprio governo. Certo, il parlamento può sfiduciare la Commissione, ma non il Consiglio. Inoltre nessun elettore sceglie di votare un candidato al Parlamento europeo pensando a chi sarà il prossimo presidente della Commissione. E non si deve pensare che questo sia un problema minore, risolvibile grazie all'audacia, al coraggio e alla visione dei presunti leader europei. Che, in realtà, nemmeno esistono. È un problema fondamentale, al contrario. Non è infatti possibile avere un'accelerazione dell'unione politica senza un maggiore trasferimento di sovranità, così come non può esserci un "governo economico" degno di questo nome senza un vero budget europeo.

A questo punto, possiamo ancora esitare di fronte al significato simbolico che avrebbe l'obbligo per gli stati membri di presentare il bilancio a Bruxelles (a chi, nello specifico, non si sa) e non al proprio parlamento nazionale. Possiamo illuderci che i veri capi dell'Ue siano gli organi comunitari e non gli stati membri più potenti, Germania in testa, e ostinarci a ignorare il rischio che il peso eccessivo dei grandi paesi possa provocare reazioni nazionaliste in quelli più piccoli. Tuttavia, quello che non possiamo ignorare è un ulteriore aumento del budget europeo è impossibile. La maggioranza degli stati e degli elettori, forse tutti, non lo accetterebbe. Almeno a breve termine.

L'intervento dell'FMI : un aiuto per le democrazie europee

La crisi ha sollevato un problema di fondo. Gli stati stanno perdendo il controllo della politica monetaria e allo stesso tempo si ritrovano incapaci di reagire rapidamente al calo di competitività della loro economia. Tutto questo si risolve necessariamente nella scappatoia dei trasferimenti interni di risorse a favore delle regioni o dei paesi colpiti dai cosiddetti "shock asimmetrici". Ma affinché questo sistema possa funzionare e aiutare realmente un paese o una regione a uscire dalla crisi, c'è bisogno di un budget largamente superiore a quello attuale, attestato al 1,23 per cento del pil dell'Unione europea. Se i leader europei si decidessero a mettere da parte il loro smisurato orgoglio, si potrebbe invocare l'aiuto dell'Fmi, o di un'istituzione equivalente. L'interferenza nella sovranità nazionale che comporterebbe un intervento di questo tipo sarebbe in ogni caso temporanea, diversamente da quanto accade con i trasferimenti di sovranità definitivi di cui oggi si parla.

Alcuni paesi, tra cui Grecia, Portogallo e Spagna, sono precipitati nella situazione in cui si trovano oggi a causa di errori commessi dai propri governi. Quindi potremmo arrivare a dire che si meritano di avere un gendarme internazionale a sorvegliare i loro ministeri delle finanze. Tuttavia è altrettanto vero che non avremmo dovuto reagire ai problemi causati dalla crisi del debito con provvedimenti precipitosi, che – contrariamente a quanto sostengono i loro difensori – provocheranno un ulteriore allontanamento dei cittadini dalle istituzioni dell'Unione e non contribuiranno al suo consolidamento. Finora i successi dell'Europa sono sempre stati legati all'integrazione economica, mentre i suoi fallimenti hanno avuto a che fare con i tentativi di dare vita a una potenza politica continentale. Le crisi – è utile ricordarlo – non sono soltanto un'occasione per dare un colpo d'acceleratore sul cammino che resta da percorrere. Sono anche un'opportunità per cambiare itinerario.