Appoggiate qui il pollice, prego. Una banca di Washington, oltre alla firma, per incassare un assegno pretende un'impronta digitale. Interrogati su cosa se ne facciano, e su quanto tempo hanno intenzione di custodire l'impronta, i dipendenti rispondono che non lo sanno. Non ci sono regole. Negli Stati uniti le imprese la fanno da padrone. Possono raccogliere dati di carattere personale come meglio credono e conservarli sperando di venderli ad altre compagnie. Nel caso di Facebook, la raccolta di dati personali è addirittura l'obiettivo principale dell'azienda.

In questo campo, le istituzioni pubbliche americane hanno meno libertà rispetto alle imprese, ma le condizioni dipendono molto dai soggetti in questione. In ambito sanitario, per esempio, le informazioni riservate sono protette con attenzione. Lo stato può però esigere i dati raccolti dalle compagnie telefoniche e dagli istituti che forniscono carte di credito. Dagli attentati dell'undici settembre, inoltre, il governo americano dispone di grandi spazi di manovra per quanto concerne le inchieste sul terrorismo. Per la stessa ragione, gli Stati Uniti vogliono poter disporre dei dati europei sulle banche e i passeggeri delle compagnie aeree. Per l'Unione europea, però, la protezione dei dati è un diritto fondamentale. I cittadini europei sono proprietari dei loro dati personali e un governo o un'azienda non possono utilizzarli se non per scopi chiaramente definiti. E soprattutto non possono girarli a terzi.

"L'Unione europea rispetta la privacy. Gli Stati Uniti no"

Il 21 giugno, nel corso di una conferenza alla Georgetown School of Law di Washington, il professore americano Adam Levitin ha spiegato che sulla questione della proprietà dei dati personali i due continenti adottano un "approccio filosofico diverso". "Nell'Unione europea il rispetto della privacy è una cosa seria, negli Stati Uniti non è così".

L'8 luglio il parlamento europeo ha dato il via libera al trasferimento dei dati bancari europei verso il governo degli Stati Uniti, dopo aver ricevuto garanzie in materia di protezione dei dati sensibili. "L'accordo è ancora ben lontano dall'essere perfetto", commenta l'eurodeputata olandese Sophie in ’t Veld da Strasburgo. Grandi quantità di dati di carattere personale vengono spediti regolarmente negli Stati Uniti. Il problema è che se il parlamento europeo avesse detto "no" ancora una volta, come già accaduto a febbraio con una prima bozza dell'accordo, gli Stati Uniti avrebbero comunque continuato a stipulare accordi bilaterali con molti paesi europei.

In ’t Veld modera il dibattito parlamentare sui dati dei passeggeri, che dovrebbe concludersi il prossimo autunno. "Il negoziato sul trasferimento dei dati dei passeggeri è ancora più complicato", dichiara l'eurodeputata. "I dati bancari sono gestiti dal ministero delle finanze americano, dove i funzionari sono abbastanza ragionevoli. I dati dei passeggeri, invece, sono conservati dal dipartimento della sicurezza interna: persone assolutamente inflessibili. Per quanto riguarda i dati bancari, l'Ue è riuscita a ottenere che siano usato solo per rintracciare i sospettati di terrorismo. Ma il dipartimento della sicurezza interna ha un mandato così ampio da inglobare perfino le malattie veterinarie, le catastrofi naturali e l'immigrazione. Non possiamo essere sicuri che i dati sui passeggeri non vengano utilizzati per scopi diversi dall'identificazione dei terroristi."

L'inerzia dei parlamenti nazionali

In ’t Veld se la prende con il fatto che gli stati membri dell'Unione prendono la questione piuttosto alla leggera. "Dimenticano che non abbiamo mai avuto un rapporto complessivo sui risultati concreti della raccolta dei dati personali. Gli americani possono anche affermare che sono riusciti a fermare duemila sospetti grazie ai dati sui passeggeri, ma non dicono a quante condanne hanno portato i fermi. Conosciamo casi di persone che lavorano nell'ambito delle ong e che sono tate arrestate in aeroporto perché per lavoro avevano avuto contatti con alcuni rappresentanti delle Farc o di Hamas. I parlamenti nazionali dormono. È vero che fanno le domane giuste agli americani, ma è altrettanto vero che si accontentano di risposte ancora troppo vaghe".